venerdì 30 dicembre 2011

Le vie della complessità

Vi sono due difficoltà preliminari quando si voglia parlare di complessità. La prima sta nel fatto che il termine non possiede uno statuto epistemologico. Ad eccezione di Bachelard, i filosofi della scienza e gli epistemologi lo hanno trascurato. La seconda difficoltà è di ordine semantico. Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il termine non sarebbe più complesso.

In ogni modo la complessità si presenta come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. Il problema è di sapere se sia possibile rispondere alla sfida dell'incertezza e della difficoltà. Per lungo tempo molti hanno creduto - e molti forse credono ancor oggi - che la carenza delle scienze umane e sociali stesse nella loro incapacità di liberarsi dall'apparente complessità dei fenomeni umani, per elevarsi alla dignità delle scienze naturali, scienze che stabilivano leggi semplici, principi semplici, e facevano regnare l'ordine del determinismo.

Oggi vediamo che le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice. E di conseguenza quelli che sembravano essere i residui non scientifici delle scienze umane - l'incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralità, la complicazione, ecc. - fanno oggi parte della problematica di fondo della conoscenza scientifica.

Ciò posto, vorrei sottolineare sin dall'inizio - dato che attorno al termine di complessità vi è molta confusione, e vi sono molte difficoltà - che non ci si può accostare alla complessità attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo invece seguire percorsi differenti, tanto differenti che ci si può chiedere se invece di una complessità non vi siano delle complessità.

In maniera molto sommaria, e non complessa (perché farò una specie di enumerazione o di catalogo), intendo ora indicare le differenti strade che conducono alla "sfida della complessità".

La prima via, la prima strada, è quella dell'irriducibilità del caso o del disordine. Il caso e il disordine hanno fatto irruzione nell'universo delle scienze fisiche anzitutto con l'irruzione del calore, che è agitazione – collisione -dispersione degli atomi o delle molecole, in seguito con l'irruzione delle indeterminazioni microfisiche, e infine con l'esplosione originaria e con la dispersione del cosmo ora in atto.

Come definire il caso, che è un ingrediente inevitabile di tutto quello che ci appare come disordine? Il matematico Chaitin lo ha definito quale incompressibilità algoritmica, e cioè come irriducibilità o indeducibilità di una sequenza di numeri o di eventi a partire da un algoritmo. Ma lo stesso Chaitin ha fatto notare come non sia assolutamente possibile dimostrare una tale incompressibilità: noi non possiamo dimostrare - in altri termini - se quello che ci sembra caso non sia invece dovuto alla nostra ignoranza.

Da un lato dobbiamo dunque constatare che il disordine e il caso sono presenti nell'universo, e svolgono un ruolo attivo nella sua evoluzione. D'altro canto non siamo però in grado di risolvere l'incertezza arrecata dalle nozioni di disordine e di caso: lo stesso caso non è sicuro di essere un caso. Questa incertezza rimane, e rimane anche l'incertezza sulla natura dell'incertezza arrecataci dal caso.

La seconda via della complessità è data - nelle scienze naturali - dal superamento di quei limiti che potremmo chiamare i limiti di quell’astrazione universalista che eliminava la singolarità, la località e la temporalità. In questo modo la biologia contemporanea non considera più la specie come un contesto generale entro la quale l'individuo è un caso singolare. Al contrario considera ogni specie vivente come una singolarità che produce delle singolarità.. La vita stessa è una singolarità, all'interno dei vari tipi di organizzazioni fisico-chimiche esistenti. E, in maniera ancora più forte, le scoperte di Hubble relative alla dispersione delle galassie, nonché la scoperta della radiazione isotropa che proviene da tutte le parti dell’universo, hanno provocato la risurrezione di un cosmo singolare, dotato di una storia singolare nella quale si produrrà la nostra storia singolare.

Anche la località diventa una nozione fisica determinante. L'idea di località si trova necessariamente reintrodotta dalla fisica einsteiniana, per il fatto che le misure possono venir eseguite soltanto in un luogo determinato e sono realmente: relative proprio alla situazione in cui vengono eseguite. Nelle scienze biologiche lo sviluppo delle discipline ecologiche mostra come gli individui singolari si sviluppino e vivano entro il contesto localizzato degli ecosistemi. E così non possiamo eliminare il singolare e il locale ricorrendo all'universale. Dobbiamo al contrario connettere queste nozioni.

La terza via è la via della complicazione. Il problema della complicazione si è posto nel momento in cui si è, visto che i fenomeni biologici e sociali presentavano un numero incalcolabile di interazioni, di inter-retroazioni, uno straordinario groviglio che non poteva venir computato nemmeno con il ricorso al computer più potente. Sono queste le radici del paradosso di Niels Bohr. Egli diceva: "Le interazioni che tengono in vita l'organismo di un cane sono interazioni che non possono essere studiate in vivo. Se si volesse studiarle correttamente, bisognerebbe uccidere il cane."

La quarta via si è aperta nel momento in cui abbiamo iniziato a ideare una misteriosa relazione di complementarità - ma nello stesso tempo di antagonismo logico - fra le nozioni di ordine, disordine e organizzazione. Va in questo senso il principio dell'order from noise - formulato da Heinz von Foerster nel 1959 - che si opponeva al principio classico dell'order from order (l'ordine naturale che obbedisce alle leggi naturali) e al principio statistico dell'order from disorder (per il quale un ordine statistico a livello delle popolazioni si produce a partire dai fenomeni disordinati e aleatori al livello degli individui). Il principio dell'order from noise indica che da un'agitazione o da una turbolenza disordinata possono nascere fenomeni ordinati (preferirei dire organizzati). Così i lavori di Prigogine hanno mostrato che strutture coerenti a forma di vortice potevano nascere da perturbazioni che apparentemente avrebbero dovuto dare come risultato delle turbolenze. È in questo senso che alla nostra ragione si presenta il problema di una misteriosa relazione fra ordine, disordine e organizzazione.

La quinta via della complessità è la via dell'organizzazione. A questo punto si pone una difficoltà logica. L'organizzazione è ciò che determina un sistema a partire da elementi differenti, e costituisce dunque un'unità nello stesso tempo in cui costituisce una molteplicità. La complessità logica dell'unitas multiplex ci richiede di non dissolvere il molteplice nell'uno, ne l'uno nel molteplice.

Ciò che è inoltre interessante è il fatto che un sistema sia nel contempo qualcosa di più e qualcosa di meno di quella che potrebbe venir definita come la somma delle sue parti. In che senso è qualcosa di meno? Nel senso che l'organizzazione impone dei vincoli che inibiscono talune potenzialità che si trovano nelle varie parti. E questo accade in tutte le organizzazioni, comprese le organizzazioni sociali nelle quali i vincoli giuridici, politici, militari, economici e di altro genere fanno si che siano inibite o represse molte delle nostre potenzialità. Ma nel contempo il tutto organizzato è qualcosa di più della somma delle parti, perché fa emergere qualità che senza una tale organizzazione non esisterebbero. Sono qualità " emergenti ", nel senso che Sono constatabili empiricamente ma non sono deducibili logicamente. Tali qualità emergenti esercitano delle retroazioni sul livello delle parti, e possono stimolare quest’ultime a esprimere le loro potenzialità. Così vediamo bene in che modo la cultura, il linguaggio, l'educazione - tutte proprietà che possono esistere soltanto al livello della totalità sociale - retroagiscano sulle parti per consentire lo sviluppo della mente e dell'intelligenza degli individui.

Siamo dunque in presenza di un primo livello di complessità organizzazionale. Ma al livello delle organizzazioni biologiche e sociali abbiamo anche un tipo di complessità che è relativo alle questioni del centro e del policentrismo. Le organizzazioni sociali sono organizzazioni complesse perché sono in uno stesso tempo acentrate (funzionano cioè in maniera anarchica, attraverso interazioni Spontanee), policentriche (caratterizzate da numerosi centri di controllo, od organizzazioni) e centrate (dispongono cioè, nello stesso tempo, di un centro di decisione).

Così le nostre società contemporanee si auto-organizzano a partire, nello stesso tempo, da un centro di comando e di decisione (lo stato, il governo), da molteplici centri di organizzazione (le autorità regionali, le autorità comunali, le imprese, i partiti politici, ecc.), e anche da interazioni spontanee fra gruppi e fra individui.

Nel campo della complessità vi è qualcosa di ancor più sorprendente. E il principio che potremmo definire ologrammatico. L'ologramma è un'immagine fisica le cui qualità (prospettiche, di colore, ecc.) dipendono dal fatto che ogni suo punto contiene quasi tutta l'informazione dell'insieme che l'immagine rappresenta. E nei nostri organismi biologici noi possediamo un'organizzazione di questo genere: ognuna delle nostre cellule, anche la cellula più modesta come può essere una cellula dell'epidermide, contiene l'informazione genetica di tutto il nostro essere nel suo insieme. Naturalmente solo una piccola parte di questa informazione è espressa in questa cellula, mentre il resto è inibito. In questo senso possiamo dire non soltanto che la parte è nel tutto, ma anche che il tutto è nella parte.

Le cose stanno in questo modo - pur se in maniera completamente differente - anche per le nostre società. Sin dalla nascita, la famiglia ci insegna il linguaggio, i primi rituali e le prime necessità sociali, a partire dalla pulizia e dai saluti. E’ questa un’immissione di cultura continua attraverso la scuola, e attraverso l'educazione. Abbiamo anche un principio che è estremamente ironico, ma estremamente significativo: "a nessuno è dato di ignorare la legge". Il che equivale a dire che la legislazione penale e repressiva in linea di principio deve essere presente nella sua totalità nella mente dell'individuo. E così, in certo qual modo, la società nel suo complesso è presente nella parte - nell'individuo - anche in società come le nostre che soffrono di una iperspecializzazione nel lavoro. Ciò vuol dire anche che non possiamo più considerare un sistema complesso attraverso l’alternativa del riduzionismo (che vuole comprendere il tutto a partire soltanto dalle qualità delle parti) o dell'olismo" -non meno semplificante - che ignora le parti per comprendere il tutto. Già Pascal affermava: "Posso comprendere un tutto soltanto se conosco le parti in maniera specifica, ma posso comprendere le parti soltanto se conosco il tutto." Ma ciò che significa? Significa che si abbandona un tipo di spiegazione lineare e si 'adotta un tipo di spiegazione in movimento, circolare, una spiegazione in cui per cercare di comprendere il fenomeno si"va dalle parti al tutto e dal tutto alle parti. La delucidazione del tutto può ad esempio avvenire prendendo le mosse da un punto particolare che concentra in se, a un dato momento, il dramma o la tragedia del tutto. Questo è ad esempio ciò che ha fatto Pierre Chaunu. Studiando le statistiche demografiche dell'Europa occidentale, egli, ha visto improvvisamente, nel corso degli anni cinquanta, una brutale caduta demografica nella città di Berlino. La maggioranza degli studiosi di demografia ritenevano questo fenomeno eccezionale, dipendente dalla situazione particolare di Berlino. Chaunu ha avuto invece l'intuizione che Berlino fosse quel punto critico che annunciava il declino demografico generale. Cosi la comprensione dei fenomeni globali o generali ha bisogno di anelli, di andirivieni e di spole fra i punti singolari e gli insiemi .

Dobbiamo connettere questo principio ologrammatico con un altro principio della complessità: il principio dell'organizzazione ricorsiva. L’organizzazione ricorsiva è quell’organizzazione i cui effetti e i cui prodotti sono necessari per la sua stessa causazione e per la sua stessa produzione. E proprio il problema dell'autoproduzione e dell'autorganizzazione. Una società è prodotta dalle interazioni fra individui, ma queste interazioni producono una totalità organizzatrice che retroagisce sugli individui per co-produrli quali individui umani. Perché essi non sarebbero tali, se non disponessero dell'educazione, del linguaggio e della cultura. Il processo sociale è allora un anello produttivo ininterrotto nel quale, in qualche misura, i prodotti sono necessari alla produzione di ciò che li produce. Le nozioni di effetto e di causa erano già diventate complesse con la comparsa della nozione di anello retroattivo di Norbert Wiener (nel quale l'effetto ritorna in maniera causale sulla causa che lo produce): ciò che è prodotto e ciò che produce diventano nozioni ancora più complesse, e si richiamano vicendevolmente. Ciò vale per il fenomeno biologico più evidente: il ciclo della riproduzione sessuale produce degli individui, ma questi individui sono necessari per continuare il ciclo riproduttivo. Detto in altri termini, la riproduzione produce individui che producono il ciclo di riproduzione. In questo caso siamo dinanzi a un problema di complessità concettuale. E di conseguenza la complessità non è soltanto un fenomeno empirico (caso, alea, disordini, complicazioni, grovigli nell'ambito dei fenomeni), ma anche un problema concettuale e logico che confonde le demarcazioni e le frontiere così nette fra concetti quali "produttore" e "prodotto", "causa" ed "effetto", "uno" e “molteplice”.

Ecco la settima via verso la complessità, la via della crisi dei concetti chiusi e chiari (dove chiusura e chiarezza sono complementari), cioè della crisi della chiarezza e della separazione nella spiegazione. Qui abbiamo davvero una rottura con la grande idea cartesiana per cui la chiarezza e la distinzione delle idee sono indice della loro verità, e non possiamo quindi avere una verità che non si possa esprimere in maniera chiara e distinta. Oggi vediamo le verità manifestarsi nelle ambiguità e in un'apparente confusione. Assistiamo alla fine del sogno di stabilire una demarcazione chiara e distinta fra scienza e non scienza. Ma questo è soltanto un caso particolare della crisi delle demarcazioni assolute: vi è anche una crisi della demarcazione netta fra oggetto e soggetto, o fra organismo e ambiente. Eppure su queste idee la scienza sperimentale era riuscita a imporre con successo il proprio punto di vista: poteva prendere un oggetto, sradicarlo dal suo ambiente, collocarlo in un ambiente artificiale -quello dell'esperi- mento -modificarlo e controllare le sue modificazioni al fine di conoscerlo.

Ciò poteva andar bene se ci si muoveva nell'ambito di una conoscenza manipolatrice. Diventava però sempre meno pertinente nell'ambito di una conoscenza che mirasse alla comprensione. Ci siamo resi conto di ciò specialmente nello studio degli animali, e degli scimpanzé in particolar modo. In laboratorio, gli scimpanzé oggetto di studio venivano esaminati come individui isolati, ed erano sottoposti a test che in realtà non rivelavano il loro comportamento, bensì un comportamento caratteristico di chi è rinchiuso e manipolato. Tutti questi studi sperimentali occultavano ciò che avrebbero scoperto gli etologi. Prima fra tutti, una ex dattilografa, Janette Lawick-Goodal, attraverso anni di osservazioni ha scoperto le relazioni estremamente complesse che intercorrono fra gli scimpanzé, nonché le loro disposizioni etiche e intellettuali, fino ad allora completamente ignote.

Non dobbiamo soltanto sforzarci di non isolare un sistema autorganizzato dal suo ambiente. Bisogna connettere in maniera assai stretta autorganizzazione e eco-organizzazione, nella nozione chiave di auto - eco-organizzazione. Così l'organizzazione degli esseri viventi porta al suo interno l'ordine cosmico della rotazione della Terra attorno al Sole, indicato dall'alternanza del giorno e della notte, e dall'alternanza delle stagioni. In questo modo noi alterniamo stati di veglia e stati di sonno, e l'aumento della durata del giorno o l'aumento di temperatura innescano, in primavera, il risveglio vegetale e la sessualità animale.

La comprensione dell'autonomia ci pone un problema di complessità in misura ancora maggiore. L 'autonomia non poteva essere concepita nel mondo fisico e biologico, finche la scienza conosceva soltanto determinismi esterni agli esseri. Il concetto di autonomia può prodursi soltanto a partire da una teoria dei sistemi che siano sistemi aperti e chiusi nel medesimo tempo. Un sistema che compie un lavoro per sopravvivere ha bisogno di energia fresca, e deve dunque trarre questa energia dal proprio ambiente. L'autonomia si fonda quindi sulla dipendenza nei confronti dell'ambiente, e il concetto di autonomia diventa un concetto complementare al concetto di dipendenza, benché sia nel contempo anche in rapporto di antagonismo con questo stesso concetto. D'altra parte un sistema aperto deve essere nel contempo chiuso, e deve mantenere la propria individualità e la propria originalità.. Anche in questo caso siamo dinanzi a un problema concettuale di complessità. Nell'universo delle cose semplici è necessario "che una porta sia o aperta o chiusa", mentre nell'universo complesso è necessario che un sistema autonomo sia nel contempo aperto e chiuso. Per essere autonomi bisogna essere dipendenti. La proposizione non vuol dire evidentemente che la prigione dia la libertà!

L'ottava via della complessità è data dal ritorno dell'osservatore. Nelle scienze sociali si è creduto di poter eliminare l'osservatore, ma ciò si è rivelato del tutto illusorio. Non soltanto il sociologo è nella società ma, conformemente al paradigma ologrammatico, accade anche il contrario: la società è in lui. Il sociologo è posseduto dalla cultura che egli possiede. E come potrebbe allora trovare il punto di vista astrale, il punto di vista divino dal quale dovrebbe giudicare la propria come le altrui società? E ben noto come questa sia stata proprio la grave mancanza dell'antropologia degli inizi del secolo, quando antropologi quali Uvy-Bruhl pensavano che quelli da loro chiamati "primitivi" fossero adulti infantili dotati soltanto di un pensiero mistico e magico. Ma allora come è possibile - questa domanda fu posta da Wittgenstein, fra gli altri - che questi uomini siano in grado di fabbricare, con grande raffinatezza tecnica e con grande intelligenza, delle frecce concrete? E come è possibile che essi siano in grado di lanciarle, e di uccidere davvero gli animali pur praticando incantesimi e riti magici? L'errore di Uvy-Bruhl dipendeva dal suo occidentalismo razionalizzatore. Osservatore che ignorava la propria collocazione nel divenire storico e che ignorava anche la caratteristica della sociologia, egli ingenuamente si riteneva al centro dell'universo, e sulla cima della ragione!

Ne deriva la seguente regola di complessità: l'osservatore-concettualizzatore deve integrarsi nella sua osservazione e nella sua concezione. Deve cercare di intendere il proprio hic et nunc socioculturale. E questo non è soltanto un ritorno a una modestia intellettuale; è anche il ritorno all'aspirazione autentica alla verità. Il problema dell'osservatore non è limitato soltanto alle scienze antropo-sociali. Oggi interessa anche le scienze fisiche: l'osservatore perturba l'osservazione microfisica (Heisenberg); ogni osservazione che comporta un'acquisizione di informazione viene pagata attraverso una spesa di energia (Brillouin); la cosmologia stessa reintroduce l'uomo almeno nel principio detto "antropico", da anthropos, secondo il quale la teoria della formazione dell'universo deve rendere conto della possibilità della coscienza umana e, naturalmente, della vita (Brendon Carter).

Possiamo dunque formulare il principio della reintegrazione del concettualizzatore nella concezione: qualunque sia la teoria, e di qualunque cosa essa tratti, essa deve rendere conto di ciò che rende possibile la produzione della teoria stessa. Se in ogni modo non è in grado .di rendere conto di ciò, deve pur sapere che il problema rimane posto.

Abbiamo dunque un certo numero di vie verso la complessità, e possiamo già vedere la diversità delle strade che conducono al problema della complessità. .

A questo punto intendo sostenere che la complessità è all'origine stessa delle teorie scientifiche, anche delle teorie più semplificatrici. Anzitutto - come, in maniere diverse, è stato mostrato da Popper, Holton, Kuhn, Lakatos, Feyerabend - in ogni teoria scientifica vi è un nucleo non scientifico. Popper ha messo l'accento sui "presupposti metafisici", e Holton ha messo in evidenza i themata, o temi ossessivi, che muovono le menti dei grandi scienziati, a cominciare dal determinismo universale che è nel contempo un postulato metafisico e un tema ossessivo. Lakatos ha mostrato che all'interno di ciò che egli chiama programmi di ricerca si trova un "nucleo duro" non sottoposto a prova, e Thomas Kuhn, in The Structure of Scientific Revolutions, ha affermato che le teorie scientifiche sono organizzate a partire da principi che non dipendono assolutamente dall'esperienza, e cioè i paradigmi.

Si tratta di un paradosso sconcertante. La scienza si sviluppa non soltanto nonostante ciò ma anche grazie a ciò che in essa vi è di non scientifico.

Si aggiunge inoltre un problema fondamentale, il problema della contraddizione. La logica classica fungeva da verità assoluta e generale: quando ci si imbatteva in una contraddizione il pensiero doveva fare marcia indietro perché la contraddizione era il segnale d'allarme che indicava l'errore. A mio parere Bohr ha segnato, al proposito, un evento di importanza epistemologica fondamentale nel momento in cui ha deciso di chiudere il grande scontro fra la concezione corpuscolare e la concezione ondulatoria delle particelle, non per fatica ma per consapevolezza dei limiti della logica. Egli affermò cosi che bisognava accettare la contraddizione fra queste due nozioni ora diventate complementari, perché a questa contraddizione conducevano in maniera razionale gli esperimenti.

E, allo stesso modo, quando si pensa al big bang non si nota quasi mai che sono proprio le modalità dell'approccio empirico-razionale a condurre all'irrazionalità suprema. Le osservazioni degli astrofisici rispetto alla dispersione delle galassie hanno infatti condotto all'idea che l'universo possegga un'origine, e la testimonianza fossile di un'esplosione, proveniente dalle profondità dell'universo, ha condotto alla supposizione che questa esplosione fosse all'origine stessa dell'universo. In altri termini, è proprio per ragioni logiche che si è giunti a un'assurdità logica secondo la quale il tempo nasce dal non tempo, lo spazio nasce dal non spazio, e l'energia nasce dal nulla.

Vediamo dunque come sia aperto il dialogo con la contraddizione. Noi siamo spinti a porre una relazione, nel contempo complementare e contraddittoria, fra le nozioni fondamentali che ci sono necessarie per intendere il nostro universo.

D'altra parte siamo giunti anche a un altro tipo di limitazione della logica. Presi insieme, il teorema di GodeI e la logica di Tarski affermano che nessun sistema di spiegazione può spiegarsi completamente da se (Tarski) e che nessun sistema complesso formalizzato può trovare in se stesso la propria dimostrazione. E, in termini più generali, al pensiero complesso si apre un grande problema. Alla logica bivalente, la cosiddetta logica aristotelica, possiamo sostituire delle logiche polivalenti? Bisogna trasgredire la logica aristotelica? E in quali condizioni? Un problema di simili proporzioni non può certo essere affrontato qui. Posso però dire, in due parole, la mia sensazione. Non possiamo sfuggire a questa logica, ma nemmeno rinchiuderci in essa. Bisogna trasgredirla e nel con tempo ritornare ad essa. In altri termini, la logica classica è uno strumento retrospettivo, sequenziale e correttivo che consente di rettificare il nostro pensiero, sequenza dopo sequenza. Quando però si tratta del moto stesso del pensiero, del suo dinamismo, della creatività che esiste in ogni pensiero, allora la logica può servire in realtà soltanto da stampella, e non da gamba vera e propria.

La roccia della vecchia concezione semplice dell'universo è dunque minata non da una talpa (secondo la ben nota espressione della "vecchia talpa" che scava e che mina il vecchio mondo), ma da numerose talpe differenti che convergono verso la complessità. E nello stesso tempo vediamo come nella complessità vi siano numerose complessità. Tutte le complessità a cui ho fatto riferimento (la complicazione, il disordine, la contraddizione, la difficoltà logica, i problemi dell'organizzazione, ecc.) costituiscono il tessuto della complessità. Complexus è ciò che viene tessuto insieme, e il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Tutte le varie complessità si intrecciano dunque, e si tessono insieme, per formare l'unità della complessità; ma l'unità del complexus non, viene con ciò eliminata dalla varietà e dalla diversità delle complessità che l'hanno tessuto.

Qui giungiamo al complexus del complexus, a quella sorta di nucleo della complessità in cui le complessità si incontrano. Abbiamo visto che in prima istanza la complessità si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incompressibilità algoritmica, come incomprensione logica e irriducibilità. La complessità è quindi un ostacolo, la complessità è davvero una sfida. Ma quando si avanza lungo le vie della complessità, ci si rende conto che esistono due nuclei connessi insieme: un nucleo empirico e un nucleo logico. Il nucleo empirico comprende i disordini e i fenomeni aleatori da un lato, le complicazioni, i grovigli, le moltiplicazioni e le proliferazioni dall'altro. Il nucleo logico si riferisce invece da un lato alle contraddizioni che dobbiamo necessariamente affrontare, e dall'altro ai problemi di indecidibilità interni alla logica.

La complessità sembra negativa o regressiva perché costituisce la reintroduzione dell'incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. E su questo assoluto bisogna davvero farci una croce sopra. Ma l'aspetto positivo, l'aspetto progressivo che può derivare dalla risposta alla sfida della complessità consiste nel decollo verso un pensiero multidimensionale.

Qual è l'errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non è certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non è nemmeno quello di mettere fra parentesi ciò che non è quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero è arrivato a credere che ciò che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient'altro che la schiuma del reale. Sogno delirante, e sappiamo che niente è più folle del delirio della coerenza astratta.

Dobbiamo riscoprire la strada di un pensiero multidimensionale, che certamente integri e sviluppi la formalizzazione e la quantificazione ma che tuttavia non si rinchiuda in esse. La realtà antroposociale è multidimensionale: comporta sempre una dimensione individuale, una dimensione sociale, una dimensione biologica. L'economico, lo psicologico, il demografico - che corrispondono a categorie disciplinari specializzate - sono tanti aspetti di una medesima realtà, sono aspetti che bisogna naturalmente distinguere e trattare come distinti, ma che non si devono isolare e rendere incomunicanti. In ciò sta il richiamo verso il pensiero multidimensionale. E dobbiamo inoltre - e soprattutto - trovare la strada di un pensiero dialogico.

Che cosa significa dialogica? Significa che due logiche, due "nature", due principi sono connessi in un'unità senza che con ciò la dualità si dissolva nell'unità.. Stanno in ciò le radici di quell’idea di "unidualità" da me proposta in taluni casi: cosi l'uomo è un essere uniduale, nello stesso tempo completamente biologico e completamente culturale.

Anche i tre possono essere uno. La teologia cattolica ha espresso ciò nella Trinità, nella quale le tre persone sono una sola persona pur restando distinte e separate. E’ un bell’esempio di complessità teologica, in cui il Figlio rigenera il Padre da cui è generato, e in cui le tre istanze si generano reciprocamente. In altro modo - ma in maniera altrettanto difficile - dobbiamo intendere la dialogica sulla Terra. Anche la scienza obbedisce alla dialogica. E questo perché la scienza non ha mai smesso di camminare su quattro zampe differenti. Essa cammina sulla zampa dell'empirismo e sulla zampa della razionalità, sulla zampa dell'immaginazione e sulla zampa del controllo. Vi è sempre una dualità e un conflitto fra le visioni empiriche, che al limite sono puramente pragmatiche, e le visioni razionaliste che, al limite, diventano razionalizzatrici ed espellono dalla realtà tutto ciò che sfugge alla loro sistematizzazione. Razionalità ed empirismo intraprendono così una dialogica feconda, fra la volontà della ragione di cogliere tutto il reale e la resistenza che questo reale oppone alla ragione. E nello stesso tempo fra l'immaginazione, che costituisce le ipotesi, e il controllo, che le seleziona, intercorrono rapporti di complementarità e di antagonismo. In altri termini: la scienza si fonda sulla dialogica fra immaginazione e controllo, fra empirismo e razionalismo.

La scienza ha progredito proprio perché esiste una dialogica complessa e permanente -complementare e antagonista a un tempo - fra le sue quattro "zampe". Il giorno in cui camminasse su due zampe o volesse muoversi su di una sola gamba, la scienza crollerebbe. La dialogica porta con se l'idea che gli antagonismi possono essere stimo- latori e regolatori. E del resto è quello che oggi iniziamo a capire rispetto a quell’idea di democrazia che in passato era stata considerata da un punto di vista semplicistico. Che cos'è la democrazia? La democrazia si basa su di una regola mirante a salvaguardare la diversità, e mirante con ciò anche alla protezione delle minoranze. Diventa con ciò l'organizzazione regolatrice di un gioco di antagonismi, di interessi, di idee, di teorie, di concezioni, di opinioni che in questo modo possono diventare tutti produttivi.

La nozione di dialogica non è una nozione che permette di evitare i vincoli logici ed empirici, come spesso è avvenuto per la nozione di dialettica. Non è un termine buono per tutte le occasioni, che elude tutte le difficoltà come i fautori della dialettica hanno fatto per lungo tempo. Il principio dialogico, al contrario, tende ad affrontare la difficoltà, a combattere con il reale.

Al principio dialogico occorre accostare il principio ologrammatico relativo alle organizzazioni complesse nelle quali, come in un ologramma, il tutto è in certa misura nella parte che è nel tutto. E così, in certa misura, la totalità della nostra informazione genetica si trova in ognuna delle nostre cellule, e la società in quanto "tutto" è presente nelle nostre menti attraverso la cultura che ci ha formati e informati. In altri termini, possiamo dire anche che "il mondo è nella nostra mente, che è nel nostro mondo". La nostra mente/cervello "produce" quel mondo che ha prodotto la mente/cervello. Noi produciamo la società dalla quale siamo prodotti. E in questo modo il principio ologrammatico viene a congiungersi al principio ricorsivo.

La sfida della complessità ci fa rinunciare per sempre al mito della chiarificazione totale dell'universo, ma ci incoraggia a continuare l'avventura della conoscenza, che è un dialogo con l'universo. E la razionalità stessa non è nient'altro che questo dialogo con l'universo. Fra ragione e razionalizzazione vi è stata un'enorme confusione. Abbiamo creduto che la ragione dovesse eliminare tutto ciò che fosse irrazionalizzabile - e quindi l'aleatorio, il disordine, la contraddizione - per rinchiudere le strutture del reale entro una struttura di idee coerenti, teoria o ideologia che fosse. Ma la realtà oltrepassa le nostre strutture mentali da ogni parte. "Ci sono più cose in cielo e in terra che in tutta la nostra filosofia," notava Shakespeare. E il fine della nostra conoscenza non è quello di chiudere, ma è quello di aprire il dialogo con l'universo. Il che significa: non soltanto strappare all'universo ciò che può venir determinato in maniera chiara, con precisione ed esattezza, come erano le leggi di natura, ma entrare anche in quel gioco fra chiarezza e oscurità che è appunto la complessità.

La complessità non nega quelle formidabili acquisizioni che, ad esempio, sono state l'unità delle leggi newtoniane, l'unificazione di massa ed energia, l'unità del codice biologico. Ma queste unificazioni non bastano per comprendere la straordinaria diversità e lo sviluppo aleatorio del mondo. Il problema della complessità è di andare oltre, entro il mondo concreto e reale dei fenomeni. Spesso si è detto che la spiegazione scientifica consisteva nello spiegare ciò che è complesso e visibile ricorrendo a ciò che è semplice e invisibile. Ma in questo modo essa dissolveva completamente ciò che è complesso e visibile, mentre è anche con il complesso e con il visibile che noi abbiamo a che fare.

In conclusione vorrei dire che non c'è una ricetta semplice della complessità. La complessità non è come un mazzo di chiavi che possiamo affidare a ogni persona meritevole che abbia immagazzinato i vari lavori sulla complessità.. Il problema della complessità non consiste nella formulazione di programmi che le menti possano inserire nel proprio computer. La complessità richiede invece la strategia, perché solo la strategia può consentirci di avanzare entro ciò che è incerto e aleatorio. L'arte della guerra è un'arte strategica perché è un'arte difficile che deve tener conto non soltanto dell'incertezza relativa ai movimenti del nemico, ma anche dell'incertezza relativa a ciò che il nemico pensa, e quindi anche a ciò che pensa che noi pensiamo. La strategia è l'arte di utilizzare le informazioni che si producono nell'azione, di integrarle, di formulare in maniera subitanea determinati schemi di azione, e di porsi in grado di raccogliere il massimo di certezza per affrontare ciò che è incerto.

La scienza è un'arte, perché è una strategia di conoscenza. Non si dà una disgiunzione fra arte e scienza come credevano i fautori della semplificazione per i quali queste erano nozioni completamente antagoniste, che si respingevano reciprocamente.

La complessità non ha una metodologia, ma può avere il proprio metodo. Il metodo è una sorta di appunti preliminari, una sorta di promemoria. E, dopotutto, qual era il metodo di Marx? Consisteva nell'invitare a percepire quegli antagonismi di classe che erano dissimulati sotto le apparenze di una società omogenea. E qual era il metodo di Freud? Consisteva nell'invitare a vedere l'inconscio che era nascosto sotto la coscienza, e a vedere il conflitto che si agita all'interno dell'Io. Così il metodo della complessità ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici. E’ la tensione verso il sapere totale, e nello stesso tempo la coscienza antagonista del fatto che, come ha detto Adorno, "la totalità è la non verità". La totalità è nello stesso tempo verità e non verità, e la complessità sta proprio in questo: nella congiunzione di concetti che si combattono reciprocamente.

La complessità è difficile. Quando si vive un conflitto interiore il conflitto può essere tragico: non è un caso se grandi menti hanno sfiorato la pazzia. Penso a Pascal, penso a Holderlin, penso a Nietzsche, penso ad Artaud. Si tratta di convivere con la complessità e con la conflittualità cercando di non sprofondarvi dentro e cercando anche di non infrangerci contro di esse. In questo senso l'imperativo della complessità consiste nell'utilizzazione strategica di ciò che chiamo la dialogica. L'imperativo della complessità consiste anche nel pensare in forma organizzazionale, consiste nel capire come l'organizzazione non si risolva in pochi principi d'ordine, in poche leggi e come essa abbia invece bisogno di un pensiero complesso estremamente elaborato. Un pensiero organizzazionale che non comprenda la relazione auto-eco-organizzatrice - cioè la relazione profonda e intima fra sistema e ambiente - che non comprenda la relazione ologrammatica fra le parti e il tutto, che non comprenda il principio di ricorsività... ebbene, un pensiero di tal genere è condannato ai luoghi comuni, alla banalità, e quindi all'errore.

La regressione delle ambizioni astratte e illimitate del pensiero, la distruzione di quel falso infinito che pretendeva di attribuire poteri illimitati alla ragione ci aprono oggi un nuovo infinito, l'infinito di una conoscenza mai compiuta.

Voglio aggiungere, per concludere, che sono convinto che uno degli aspetti della crisi del nostro secolo sia lo stato di barbarie in cui si trovano le nostre idee, lo stato di preistoria dello spirito umano che è ancora dominato dai concetti, dalle teorie, dalle dottrine da esso prodotti, proprio come pensavamo che gli antichi fossero dominati dai loro miti e dalle loro magie. I nostri predecessori avevano delle mitologie più concrete, mentre noi subiamo il controllo di potenze, astratte.

Di conseguenza, per affrontare i drammatici problemi della fine di questo millennio è indispensabile stabilire un dialogo fra le nostre menti e ciò che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi di idee. Il nostro bisogno di civilizzazione implica il bisogno di una civilizzazione della nostra mente. Se vogliamo ancora avere la speranza che si producano dei miglioramenti e dei cambiamenti nei rapporti fra gli esseri umani (e non intendo soltanto nei rapporti fra imperi o fra nazioni, ma anche nei rapporti fra persone, fra individui, e anche nei rapporti fra se e se), allora questo grande salto storico e di civiltà comporterà anche il salto verso il pensiero della complessità.

Biografia: Edgar Morin - “La sfida della complessità”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1994

giovedì 3 novembre 2011

New Realism o pensiero debole

Supponiamo un attimo per assurdo che l’uomo dia vita ad un qualsiasi genere di scienza per il solo motivo che questa gli sia utile a vivere meglio.
Supponiamo per assurdo di ragionare per una volta in maniera bottom-up.
Supponiamo per assurdo di avere la necessità di conoscere la lunghezza delle coste della Groenlandia, ma allo stesso tempo di conoscere quanti atomi di idrogeno contiene l’acqua che si beve.
Nel primo caso potremmo utilizzare delle misure desumibili da osservazioni satellitari. Ci accorgiamo comunque che la precisione della misurazione è drammaticamente approssimata, anzi, più ci si avvicina con l’osservazione, più utilizziamo una” lente di ingrandimento”, più la lunghezza diventa maggiore rispetto a quella iniziale.
Avviciniamoci sempre di più: la nostra precisione migliora, ma il tempo necessario alla misurazione si dilata, si allunga e quando avremo finito la nostra osservazione, ci accorgeremmo che intanto alcune parti di costa sono state erose dalle maree, altre sono state modificate dallo scioglimento di qualche ghiacciaio. In altre parole, quando abbiamo finito, dovremmo ricominciare perché la dimensione temporale rende la nostra misurazione precisissima, non più attuale, non più rappresentativa della realtà.
A questo punto facciamo un salto di qualità: con un minimo di processo di astrazione, ci accorgiamo che il nostro problema originario ha delle straordinarie similitudini con altre situazioni, tanto per citarne alcune l’osservazione dei fenomeni sociali, l’andamento dei mercati finanziari, le previsioni metereologiche. Più pretendiamo una misura precisa, più la minaccia del tempo mette a rischio l’attualità e l’efficacia della dimensione stessa.
Si ha allora un unico modo di uscita: la formulazione di modelli adattivi, autopoietici che vadano a descrivere un evento nella sua dinamicità. Un modello che corre dietro, fin quando ci riesce, a ciò che deve descrivere.
Concentriamoci adesso sul secondo caso: per sapere se riusciremmo a vivere in un certo spazio, dobbiamo riprodurre le nostre attuali condizioni di vita, in particolare dovremmo andare a vedere se un certo fluido contiene due particelle di idrogeno ed una di ossigeno e questo è vero ora, e per sempre. In altre parole è una realtà che non dipende dal tempo, ma solo dal contesto, dal luogo, ovvero dallo spazio.
Mi piace a questo punto pensare ad una sorta di piramide dei valori di Maslow opportunamente riadattata alle mie speculazioni. Esistono delle necessità primarie della conoscenza in cui non si può fare a meno di ricorrere a delle descrizioni di natura realistica o neo-realistica. Queste sono in corrispondenza biunivoca con la dimensione spaziale. Ci permettono di capire se ora e in un certo posto possiamo sopravvivere. Ma una volta che ho soddisfatto le condizioni minimali di esistenza, ho la necessità di confrontami con la dinamicità imposta dalla dimensione temporale ed ho la necessità di percorrere le gallerie delle astrazioni, i vicoli delle previsioni. Più azzecco una previsione più mi sento realizzato ed ho gli stimoli necessari per affrontare la prossima sfida: la creazione di un eco-sistema che non imploda, che non minacci la mia vita e quella dei miei cari.
Venendo al dunque: perché pensare ad una contrapposizione tra neo-realismo e pensiero debole? Perché non ragionare in termini di contrasto costruttivo dei due punti di vista? Cosa ci vieta di applicare il principio di interdisciplinarità che è alla base della moderna visione socio-economica-scientifica?
Proviamo a pensare i due punti di vista collegati allo spazio ed al tempo: se manca una soltanto delle dimensioni, vivremmo in una condizione di insufficienza, di drammatica restrizione.
Dopotutto qualcuno mi ha insegnato che il “tutto” ha delle proprietà che non si possono riconoscere nelle singoli parti del sistema. Ma questo non significa che le parti che costituiscono il sistema non debbano esistere nella loro coerenza e concretezza: a noi metterle insieme per raggiungere dei traguardi che sono sempre più in alto nella scala dei nostri valori, nella scala delle nostre conoscenze.

giovedì 9 dicembre 2010

Meta Vector: quando la classificazione è META

Il problema

Max era veramente contrariato. Fino a poco tempo fa era assillato dalla necessità di conoscere quanti e quali informazioni caratterizzavano la sua attività investigativa, adesso ne aveva fin troppe! Ma talmente numerose che il suo data base non lo aiutava più. Decise che aveva bisogno di rilassarsi e calzate le scarpe da jogging più comode, fece una passeggiata nel parco. Qui la prima intuizione: doveva concentrarsi su un processo e, immediatamente dopo su un modello innovativo, che a partire dalle sue conoscenze gli permettesse di superare il senso di smarrimento e di impotenza che provava davanti alla lettura dei suoi lunghissimi tabulati per arrivare a trovare, nei dati, pattern nuovi potenzialmente utili e comprensibili. Tornò a casa in pace con se stesso: non aveva risolto il problema, ma adesso lo conosceva. Gli tornò in mente la saggezza popolare che Sun Zi Bing Fa stigmatizzò nella sua “The art of war” e di cui ormai ne aveva fatto un suo paradigma, un suo stile di vita: Se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta potrai subire anche una sconfitta. Se non conosci nè il nemico nè te stesso, soccomberai in ogni battaglia.
Bene, al lavoro allora! Di lì a poco si ritrovò a censire mentalmente quanto sul tema aveva finora analizzato insieme alla suo team di lavoro e gli fu facile individuare il punto di partenza: i meta-classificatori. Sì, proprio loro che qualche tempo addietro aveva arricchito con le potenzialità delle reti artificiali di natura supervisionata e che ormai aveva archiviato e diffuso sotto il nome di MetaNet. Il prefisso META gli impose immediatamente un rigore di analisi e di approccio al problema che ormai gli era congeniale: perché limitarsi a valutare singolarmente la diversità dei singoli modelli di classificazione? Perché favorirne uno singolo e scartare tutti gli altri? E se considerassimo uno scenario olistico, sistemico, in grado di fondere più classificatori con l’obiettivo di sfruttare la possibile complementarietà delle informazioni estratte da ogni singolo classificatore?
Max percepì immediatamente che questa era la strada da seguire. D’altronde Lewin non disse che il tutto era più significativo delle sue parti? Lo stesso Thomas G.Dietterich, nel corso delle sue ricerche presso l’Università dell’Oregon, suggerì ben tre motivazioni per cui la fusione dei singoli classificatori sicuramente ne genera uno più efficace: una statistica, una computazionale e una relativa alla rappresentazione. Infatti, da un punto di vista statistico la “fusione” di più classificatori diminuisce la probabilità di scegliere un singolo classificatore inadeguato quindi, anche se non è garantito che l’insieme di classificatori sia migliore rispetto a tutti i singoli classificatori, la fusione comporta una diminuzione del rischio di fare una scelta scorretta. Dal punto di vista computazionale, molti dei classificatori usano algoritmi di ottimizzazione euristici per la definizione dei parametri ottimi che possono arrestarsi in ottimi locali, l’aggregazione di questi può condurre a soluzioni più prossime all’ottimo globale pur partendo da ottimi locali. L’ultima motivazione è, riguarda, la rappresentazione, ovvero lo spazio delle soluzioni dei singoli classificatori che può non contenere la soluzione ottima del problema di classificazione, in questo caso l’insieme dei classificatori può espandere questo spazio delle soluzioni ottenendo risultati migliori (ad es: un set di classificatori lineari non può raggiungere singolarmente la soluzione di un problema non separabile linearmente, ma una loro combinazione, sì).
Le risorse
Max convocò subito presso il suo ufficio tutti i collaboratori del Semeion già coinvolti in una esperienza analoga di qualche anno fa. Era infatti a conoscenza che il Centro di Scienze della Comunicazione, alla cui direzione era il vulcanico prof. Buscema, aveva fatto grossi progressi sulla tematica e che anzi aveva attivato una specifica nuova linea di ricerca per fornire un significativo contributo alla costruzione di modelli di meta classificazione sia di tipo supervisionato che non-supervisionato.
Sorseggiato il caffè, era stata assolta la prima incombenza dei convenevoli e quando lo sparuto gruppo di persone raggiunse il giusto livello di attenzione, Max provò a descrivere le sue necessità agli scienziati. Come risposta, il prof. Buscema gli illustrò lo stato dell’arte della ricerca Semeion sulla tematica.
Le parole del professore confortarono Max: Buscema aveva capito subito il contesto balenato con l’irruenza di un flash durante la passeggiata mattutina nel parco. Ma non solo, mentre il professore continuava a parlare, Max riusciva a percorrere la sua mappa mentale dei meta classificatori con la stessa facilità con cui si andava in bicicletta. Certo era un po’ arrugginito, ma si sa, quando si comincia a pedalare dopo un bel po’ che non si è fatta pratica, l’equilibrio è incerto, in ogni caso … il risultato finale è garantito.
Il professore continuava a scrivere formule e grafici sulla lavagna, ma fu lo schema seguente che richiamò subito l’attenzione di Max:

Potenza della rappresentazione grafica! Max capì immediatamente che da un punto di vista matematico la caratteristica generale che accomuna tutti gli algoritmi di una Meta-Net Semeion è la specifica procedura attraverso la quale la plausibilità di ogni output di ognuno dei classificatori che concorrono al network fornisce degli input al Meta-Classificatore globale e ne condiziona quindi gli output.
La proposta
Max sentì che la soluzione poteva essere vicina più di quanto potesse immaginare: quello era il suo giorno fortunato. Il professor Buscema gli propose di lavorare su ipotesi molto stimolante: la realizzazione di un meta-classificatore dinamico capace di prendere il meglio di differenti Meta-Nets. In altre parole si trattava di realizzare un classificatore dove i differenti target di ogni Meta Net incluso nel sistema doveva essere in grado di interagire con gli altri ogni qual volta un nuovo record si prestava ad essere analizzato. Il processo aveva termine quando si riusciva a raggiungere una decisione condivisa tra i Meta Nets.
Il commiato fu repentino perché un po’ per guadagnare tempo, un po’ per verificare la bontà di quanto ipotizzato, tutti gli attori della riunione avevano premura di raggiungere la propria postazione di lavoro per buttarsi a capofitto sul nuovo scenario di ricerca.
Il professore, in particolare, già durante il tragitto di ritorno, aveva in mente la carta d’identità della nuova realizzazione:
• Algorithmic category: Static with weights / dynamic with the nodes;
• Dimensional category: Global;
• Teleological category: Auto-poietic;
• Functional category: Recursive.
… e il nome? Già il nome … il suffisso era scontato: META. E poi? Aspettiamo di vedere lo sviluppo delle equazioni che lo avrebbero implementato.
La nascita di Meta Vector come dinamic Meta Nets.
Quando due giorni dopo Max sentì il telefono squillare sperò tanto che dall’altra parte del filo ci fosse il prof. Buscema. In effetti la speranza non fu disattesa e di lì a poco si decise una riunione presso il Semeion alle ore 15:00. Buscema, seppur volutamente criptico, lasciava intuire, dal tono di voce la soddisfazione di colui che aveva appena centrato il bersaglio. Sì perché nella ricerca, si sa, tutto è un gioco, il complesso gioco dell’osservazione della natura. E forte è l’eccitazione di quando si riesce a dare ragione di situazioni che solo un’ora prima, in quanto non comprensibili, venivano evitate o ritenute non importanti.
Mancavano tre ore all’appuntamento e Max, quasi in maniera superstiziosa, sentì l’esigenza di ripetere la passeggiata illuminante che pochi giorni prima aveva scatenato il suo nuovo scenario di ricerca.
Quando Max raggiunse all’ora stabilita il Semeion, la lavagna del professore era piena di calcoli e Buscema lo accolse con delle parole famigliari che solo dopo Max seppe ricondurre ad Einstein. Buscema esordì dicendogli:”Ricordati Max, se A = successo, allora la formula è: A = X + Y + Z, dove X = lavoro, Y = gioco, Z = tenere la bocca chiusa.”
Max, tranquillizzato, capì subito che il Semeion stava per dargli la soluzione.
Il professore cominciò a parlare con voce pacata e sicura: << Max, cominciamo dal nome: ho chiamato la risposta alle tue esigenze Meta Vector, e adesso te ne illustrerò le peculiarità.
Meta Vector ha una specifica e originale topologia: ognuna delle classi di output è funzione di un vettore di pesi i cui singoli elementi, a loro volta, provengono da ogni output di ognuno dei classificatori di base di ognuna delle Metanets di input. Di conseguenza, Meta Vector eredita tutte le matrici dei pesi delle Metanets addestrate e li usa come vincoli per ottimizzare la seguente funzione di costo:

Indicato con il peso appreso tra l’i-esimo nodo di output della k-esima Metanet e il j-esimo nodo di output di ogni classificatore di base (della k-sima Metanet), le equazioni di Meta Vector che devono essere applicate ad ogni nuovo pattern sono le seguenti:











Domande? Il tutto sembra abbastanza complicato, ma noi conosciamo le regole e quindi dobbiamo porre l’attenzione soprattutto nella fase iniziale della scelta delle k MetaNets da porre in input a Meta Vector: più il pool di input è specializzato e coerente per la tematica da analizzare, maggiori saranno i risultati che si otterranno.>>
Max non potè che essere ancora una volta affascinato dalle capacità del prof. Adesso sapeva cosa fare dei suoi lunghi e noiosi tabulati!

venerdì 19 novembre 2010

Attualità del proponimento linceo

Attualità dei principi lincei (“Proponimento linceo”)
“IL NATURAL DESIDERIO DI SAPERE” IN FEDERICO CESI
Antonio Pieretti

Ps. Larga parte della presente relazione è incentrata sul noto discorso intitolato “Del natural desiderio di sapere e beatitudine dei Lincei per adempimento di esso”, tenuto a Napoli da Federico Cesi il 26 gennaio 1616, cioè 13 anni dopo l’istituzione dell’Accademia. Ma si estende al Liceographum quo norma studiosae vitae Lynceorum philosophorum exponitur , al Proponimeno linceo e al Ristretto delle costitutioni lincee.

1. La sapienza come fine dell’uomo.
“I lincei devono in primo luogo ricercare la sapienza con ogni energia e impegno” (Ristretto delle Costituzioni Lincee)
Perché mai la sapienza? Perché la vera sapienza “non solo potrà riscattarci da quei mali, ma ci potrà elargire ogni sorta di beatitudine” (Proponimento liceo)
Si tratta peraltro di un’impresa “si degna, si grande e si propria dell’uomo”, cioè conforme alla sua natura.
Come si può ottenere? “Occupando e tirando a sé tutto l’homo”; la sapienza infatti “vuole l’homo tutto” che sia disposto a realizzare “quel precetto, sancito dagli antichi padri- che ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente suoi molti errori e sulla miseria delle cose umane” (Proponimento linceo).
Occorrono però due condizioni: “un’ordinata costitutione” e una “militia filosofica” che sia ad un tempo ricerca del sapere ed esperienza morale. La sapienza infatti è un progetto di vita (Del naturale….., p. 35).

2. “Sublime è l’eminenza del sapere”
In alcuni passaggi degli scritti di Cesi la sapienza e il sapere sembrano identificarsi. E’ questo il caso del Proponimento linceo, in cui la conoscenza è definita “opera soavissima della mente umana e alimento utilissimo dell’ingegno”. La stessa cosa si può dire a proposito del Linceographum, in cui sapienza e sapere, sebbene distinti, sono collocati sullo stesso piano. Nel Ristretto delle costituzioni lincee invece si parla soltanto di sapienza.
Ma quale rapporto tra loro sussista è detto in modo esemplare nel discorso Del naturale desiderio del sapere, dove si afferma che l’Accademia è stata eretta per “l’acquisto della sapienza”, “particolarmente con i mezzi delle principali discipline”, ossia della filosofia naturale e della matematica. Tali discipline infatti sono “degno instrumento”ai fini del sapere.
Questo non significa che Cesi consideri il sapere irrilevante rispetto alla sapienza, ma piuttosto che gli attribuisce un ruolo ben definito nei suoi confronti. La conoscenza, del resto, ha “nel desiderio naturale di sapere” il suo fondamento e, per essere raggiunta, richiede condizioni in tutto simili a quelle previste per l’acquisto della sapienza.
Benefici del sapere:
• “sublime è l’eminenza del sapere”
• “il grado e la decenza vera ch’apporta per se stesso, …., il sapere”
• “porge diletto”, quale che sia il grado di conoscenza che si raggiunge.

3.“In ciascuno è nato il desiderio di sapere”
Il desiderio di sapere equivale per l’uomo ad un “affetto innato”. Risponde per lui ad una “naturale inclinatione”.
Del resto, in quanto animale razionale, è tenuto a “servirsi della ragione da Dio donataci”.
“Non vi è altro uso di quella più sublime operazione che quella dell’intelletto”. Per questo il sapere
• ha in sé il proprio fine (“il sapere stesso è lo scopo, e basta a muovere”)
• dignità del sapere (apporta “il grado e la decenza vera”)
• piacevolezza del sapere (“porge diletto”)
• utilità del sapere (“vero guadagno si ottiene dal sapere”)
e se tutto ciò non è sufficiente a stimolarne la pratica, si ricordi che “ evvi il desiderio della gloria del vero e lodevole piacere, dell’utile, del commodo, della quiete e altri beni conseguenti senza …”( p. 43).

4. L’oggetto del sapere
• ”questo grande, veritiero et universal libro del mondo”
• “libro dell’universo”
• “ è grandissimo veramente il campo del sapere, grande per la copia delle contemplazioni e grande per la copia delle lezzioni”
• “gli oggetti tutti che si presentano in questo gran teatro della natura”
• gli “arcani della natura”
Di qui l’invito di Cesi: ai Lincei non resta perciò che dedicarsi, “nel grandissimo campo della filosofia, a studiare i più riposti recessi della natura per penetrare i suoi più intimi segreti”.

5. Gli ostacoli al sapere.
Nonostante quanto si è detto sugli effetti del sapere e sulla sua natura, “sono per lo più abbandonate e derelitte quelle stesse che più possono soddisfare il desiderio nativo, quelle che più ci danno di cognitione e più ci apportano di perfectione e d’ornamento, dico la gran filosofia, le matematiche e le filologiche e le poetiche erudizioni”. Anche se “veramente sono scopo dell’innato desiderio”, esse sono trascurate. Perché?
1. “per fiacchezza in affetto si principale “
2. “per debolezza e trascuraggine nell’esecutione d’esso”
3. “per la difficoltà grande ch’accosti all’impossibile, per scarsezza di mezzi, di modi, di requisiti”
4. per la fatica che il sapere comporta:“ad un istesso parto con sì degna inclinatione (se però non precede ancora) insorge l’odio della fatiga”
5. “viene posposta la buona inclinatione al piacer della pigrizia”
6. abuso e cattivo uso o nessun uso della ragione
7. “credo che primieramente il tutto proceda dal fine per il quale si studia, che, per lo più, non sia altrimente il sapere, ma il guadagno, gli honori, favori e comodità” [ condanna dei costumi accademici].
Come si può vedere, gli ostacoli che si oppongono al sapere non riguardano l’oggetto, il metodo, le discipline prescelte, ma attengono alla disposizione morale di chi vi si dedica, al fine che si ripromette di perseguire. “La loro mira è più nel parer che nell’essere, et habere fama di dottrina che di sapere”.
Del resto, il cattivo uso della ragione è un indice evidente della loro infedeltà nei confronti dello statuto razionale dell’uomo.
Non a caso perciò chi si comporta così, si attiene a “modi più di corte che di stile e tanto alieni dall’acquisto della sapienza quanto ciascuno può considerare”. Non è difficile, però, in questo caso, perdere l’onorato grado di filosofo e “cadere nel luogo vilissimo di parassito, buffone o almeno adulatore”.

6. L’”identità lincea” richiede una conversione morale e intellettuale.
Per sottrarsi a questi rischi occorre adeguarsi a “quel precetto, sancito dagli antichi padri:
• ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente sui molti errori e sulla miseria delle umane cose” (Proponimento linceo).
• Occorre un impegno totale perché le attività svolte “altro non procurano e bramano la sapienza per utile sì proprio come anco comune di ciascuno”;
• Sono necessari “animi si ben composti e dedicati in tutto alle virtù”, cioè capaci di professare “tanto amore alla virtù”, che ne facciano “uomini degni” e “liberi da tutte le occupazioni e brighe dipendenti dal corpo” [castità e rapporto con gli altri ] ;
• I Lincei devono essere individui“segregati dal contagio del volgo comune”, liberi dalla peste della pigrizia”;
• Devono essere raccolti in un consesso, come “nell’accampamento di una filosofica milizia” (Accademia);
• “infiammati dal fervore dello studio”;
• “impegnati a conservare tra noi la benevolenza, la reciproca consuetudine e il vincolo di una sincera fedeltà”, ad attuare una “studiosa amicizia”.
Questo ideale morale e scientifico, già presente nel Proponimento, è sviluppato nel Linceographum quo norma studiosae vitae linceorum philosophorum exponitur, dove viene ribadito che i membri dell’Accademia, aiutandosi a vicenda, devono dedicarsi alla ricerca scientifica, “vivendo insieme rettamente e piamente, e impegnandosi a diffondere tra gli uomini la conoscenza “a voce e con gli scritti, “pacificamente e senza recare danno a nessuno”. Non a caso appunto i Lincei si proclamano “cultori della pace e del pubblico bene”.
• Il cammino da percorrere è lungo, per cui “deve …bene la vita”, ma “soprattutto si procederà sempre avanti col proprio intelletto filosofando con ogni sincerità “ e rifuggendo da autorità precostituite.
• Probità morale, ricerca comunitaria, …tensione morale religiosa
• Libertà della ricerca.

sabato 13 novembre 2010

Riduzionismo o sistemico?

Mi piace pensare al riduzionismo, utilizzando la metafora della mia vita, come un periodo scolastico di insegnamento, confronto, dibattito e crescita, senza il quale adesso non starei qui a scrivere queste riflessioni. L’età adolescenziale e la cultura scolastica relativa sono state le pietre miliari per acquisire la capacità di critica, di valutazione e quei stimoli di crescita evolutiva che oggi ci permettono di ragionare sui temi della complessità. Per cui non starei qui a disquisire se è l’approccio riduzionista oppure un altro tipo di approccio (non necessariamente complesso) quello da prendere a riferimento. Mi piace invece pensare al riduzionismo come il seme dal quale è nata la pianta della complessità. Questo perché anche in un processo di crescita ed evolutivo come quello sistemico, prevede i suoi bravi momenti di verifica e validazione, da una parte, e i suoi feedback, dall’altra, in cui strumenti e meccanismi del riduzionismo ancora hanno la loro valenza. D’altronde, lo sviluppo adattivo ed autopoietico dei sistemi complessi, che noi al momento non sappiamo catalogare o ricondurre a scenari noti, bene rappresenta la continua lotta tra il principio dell’emergenza di cui Kurt Lewin ha fatto il suo cavallo di battaglia e quello apparentemente repressivo dell’imposizione che però è alla base delle organizzazioni e delle società moderne, come sapientemente ha evidenziato Edgar Morin nella sua saga dei Metodi. A questo punto vorrei addirittura cimentarmi in un sofismo… e se cominciassimo a considerare il riduzionismo come una scienza la cui spiegazione si può raggiungere solo attraverso la meta-scienza della complessità? D’altronde Godel non aveva certo l’obiettivo di distruggere tutta la logica matematica al suo tempo nota, ma quello di costruirne una superiore. Per usare ancora una metafora, aveva l’esigenza di salire su un balcone dal quale era possibile vedere, e non distruggere!, quello che accadeva di sotto. Le dinamiche di una casbha o di un mercato rionale, non si possono descrivere fin quando si è al suo interno, bisogna avere il coraggio di salire sulla terrazza e l’intuizione di scegliere quella con la giusta “vista”. Per concludere, il riduzionismo fa parte della nostra storia e cultura e come tale va considerato: come una fase della vita dell’umanità che matura, evolve e si apre ad esperienze sempre più sfidanti anche in assenza, almeno apparente, dei forti vincoli religiosi e sociali con cui Cartesio, Newton e Galileo dovettero invece scontrarsi.

martedì 20 ottobre 2009

L'importanza dell'ambiente esterno, oltre che del tempo, nei processi di misura

Riporto alcune considerazioni espresse dal prof. Massimo Buscema, Direttore, tra l'altro, del Centro Studi di Ricerca Semeion.


Noterei che il QI misura il "comportamento" di un soggetto di fronte a delle prove. Questo significa che esiste una "struttura" sottostante che esprime di volta in volta "nel tempo" le capacita' del soggetto tramite "comportamenti".
Si puo' quindi anche supporre che il sistema "Struttura - Tempo- Comportamento" non sia lineare. Ad esempio, e' probabile che una struttura molto complessa abbia bisogno di molto piu' tempo per organizzarsi in comportamenti che noi dall'esterno valutiamo "intellegenti". Quando cio' si verifica noi valuteremmo un ritardo grave del QI di quella persona ( all'eta' di 6 anni Newton ancora non parla, come un bambino di 3-4 anni), mentre dopo un ragionevole tempo quella stessa persona potrebbe manifestare un QI molto maggiore della sua eta' (Newton a 24 anni era un po' diverso da un QI di 100).
Quindi ogni QI dovrebbe essere misurato rispetto alla struttura della persona e dell'ambiente in cui sta vivendo e non semplicemente in base a suo comportamento nel tempo. Ma tale struttura sembra conoscibile solo tramite il comportamento manifesto di una persona. Certo, ma nel comportamento manifesto esistono una serie di segnali laterali e marginali che indicano qualcosa sulla sua struttura. Questi segnali residui, pero', vengono esclusi dai Test, che debbono semplificare le misurazioni. Credo che in questi segnali laterali e scambiabili per "rumore" si annidi l'insieme di intelligenze che il soggetto potra' manifestare in futuro.
Credo quindi che bisognerebbe affiancare al QI un specie di HMIS (Hidden and Marginal Intelligence Signals). Un esame che quantifichi le "armoniche" che un soggetto esprime durante il suo processo evolutivo.
Cio' dimostrerebbe che questo processo e' non solo non lineare nel tempo, ma anche non stazionario rispetto al comportamento: la derivata 2 rispetto al tempo (il cambio di velocita' di crescita della intelligenza manifestata) puo' essere diversa in ogni punto, perche dipende da come l'intera struttura sottostante (patrimomio genetico) sta dialogando con l'ambiente (espressione genica).
Un insetto nasce in un battito d'ali di farfalla, una persona impiega 9 mesi;se potessimo misurare il QI ad entrambi al primo minuto di maturazione dell'uovo, il primo apparirebbe molto piu' intelligente del secondo.

venerdì 16 ottobre 2009

Calcolo differenziale e misura statistica: la misura dell’intelligenza.

Il concetto è uno di quelli che fanno tremare i polsi. Calcolo differenziale? Subito la mente va agli anni del liceo a nozioni quasi imparate a memoria per superare l’esame di maturità e poi morte e seppellite il giorno dopo. In quel tempo la realtà, almeno la mia, era talmente diversa da quella espressa e rappresentata da complicate figure geometriche che mai avremmo pensato di riproporle affrontandone invece il significato quotidiano (o quasi) e pratico di tutti i giorni.
Una prima applicazione si trova nella misura dell’intelligenza. Lo psicologo francese Alfred Binet (1850-1911), venne incaricato dal governo francese della Pubblica Istruzione di istituire dei test basati sul riempimento di questionari che consentissero di istituire delle classi per i bambini con ritardi mentali. I test vennero applicati a fasce di età diverse così che era possibile avere anche un altro parametro di riferimento: l’età tipica in cui si venivano risolte alcune questioni riportate nei test o “età cronologica”. In questo modo si veniva a stabilire il “metro” di misura dell’intelligenza, ogni scostamento a questo valore, denunciava una deficienza, oppure un’eccellenza. Il valore misurato rappresenta l’“età mentale”.
Ebbene veniamo al dunque, se riportiamo in una distribuzione lineare i valori di età cronologica e quelli di età mentale, ci si accorge immediatamente che non si tiene conto di un fattore fondamentale che è quello dello sviluppo, ovvero del trascorrere del tempo: un conto è avere una età mentale pare a 4 quando si hanno 6 anni di età cronologica, ed altro è averne una di 18 con una età cronologica pari a 20. È vero la differenza è sempre un ritardo mentale pari a 2, ma non si rende merito ai diversi gradi di difficoltà indotti dalle prove da superare nelle due diverse età cronologiche e della numerosità della popolazione che rientra nei due casi. In altre parole non si è tenuto conto del trascorre del tempo.
E necessario introdurre quindi un concetto di “normalizzazione” che tenga conto di questa esigenza e la superi per rendere le due misure paragonabili tra di loro. Nel 1912 lo psicologo tedesco William Stern (1871-1938) introduce il concetto di QI (quoziente d’intelligenza) rappresentato dal rapporto:
QI = (età mentale) : (età cronologica) x 100.
Nei precedenti esempi si ottengono dei valori di QI che rispondono a:
QI1 = 4:6 x 100 = 66,6
QI2 = 18:20 x 100 = 90
Quando età mentale e cronologica sono uguali il QI è 100. Questo valore si assume come il valore medio di riferimento, dovendo rappresentare “la normalità”. Quando l’età mentale supera la cronologica si hanno, ovviamente, individui più intelligenti rispetto all’età che hanno.
Questi valori riportati su una distribuzione gaussiana, evidenziano già a colpo d’occhio quanto il ritardo QI1 sia molto più grave del ritardo QI2, essendo gli individui che rientrano nel primo caso appartenenti ad una popolazione più piccola rispetto a quelli che rientrano nel secondo caso.



Ebbene, a questo punto dobbiamo dare a Cesare quel che gli appartiene. Sapete cosa è successo nell’introduzione del calcolo del QI? Si è introdotto il concetto di derivata dell’età mentale e di quella cronologica rispetto al tempo.
Il concetto di derivata, alla base del calcolo differenziale, fu introdotto per la prima volta da sir Isaac Newton (1642-1727) che sostituì alla descrizione di una fisica aristotelica, qualitativa e finalistica, una fisica quantitativa descrivibile con equazioni matematiche.
Questo mutamento fu possibile tenendo conto del “trascorrere del tempo” che Newton chiamò “flussione” tra le quantità (dette fluenti). Dal punto di vista matematico la flussione esprime in concetto di derivata nel tempo, ovvero della velocità di cambiamento delle quantità prese in considerazione.
Così, solo a titolo di esempio, la velocità è la derivata dello spazio nel tempo in quanto esprime la velocità di cambiamento dello spazio in un intervallo temporale, così l’accelerazione esprime la derivata della velocità, ovvero quanto rapidamente cambia la velocità in un intervallo temporale (ovviamente l’accelerazione può essere anche considerata come la derivata seconda rispetto allo spazio, invece che la derivata prima rispetto alla velocità).
Ma d’altronde, anche dal punte di vista semantico, cosa esprime il concetto di “derivata” se non quello di grandezza che viene desunta da altre attraverso un qualche processo di trasformazione?
Ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, ritorna l’aspetto universale del linguaggio matematico, quando questo si considera nella sua interezza piuttosto che nella sua complessità, ma ancora una volta si evidenzia l’aspetto extra-matematico (il termine scientifico è meta-matematico) che si deve considerare per poter “provare” la tesi delle formule. Infatti queste sono vere, solo se trovano riscontro in fenomeni osservabili come possono essere quelli fisici, ovvero psicologici, o di altra natura.