Il problema
Max era veramente contrariato. Fino a poco tempo fa era assillato dalla necessità di conoscere quanti e quali informazioni caratterizzavano la sua attività investigativa, adesso ne aveva fin troppe! Ma talmente numerose che il suo data base non lo aiutava più. Decise che aveva bisogno di rilassarsi e calzate le scarpe da jogging più comode, fece una passeggiata nel parco. Qui la prima intuizione: doveva concentrarsi su un processo e, immediatamente dopo su un modello innovativo, che a partire dalle sue conoscenze gli permettesse di superare il senso di smarrimento e di impotenza che provava davanti alla lettura dei suoi lunghissimi tabulati per arrivare a trovare, nei dati, pattern nuovi potenzialmente utili e comprensibili. Tornò a casa in pace con se stesso: non aveva risolto il problema, ma adesso lo conosceva. Gli tornò in mente la saggezza popolare che Sun Zi Bing Fa stigmatizzò nella sua “The art of war” e di cui ormai ne aveva fatto un suo paradigma, un suo stile di vita: Se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta potrai subire anche una sconfitta. Se non conosci nè il nemico nè te stesso, soccomberai in ogni battaglia.
Bene, al lavoro allora! Di lì a poco si ritrovò a censire mentalmente quanto sul tema aveva finora analizzato insieme alla suo team di lavoro e gli fu facile individuare il punto di partenza: i meta-classificatori. Sì, proprio loro che qualche tempo addietro aveva arricchito con le potenzialità delle reti artificiali di natura supervisionata e che ormai aveva archiviato e diffuso sotto il nome di MetaNet. Il prefisso META gli impose immediatamente un rigore di analisi e di approccio al problema che ormai gli era congeniale: perché limitarsi a valutare singolarmente la diversità dei singoli modelli di classificazione? Perché favorirne uno singolo e scartare tutti gli altri? E se considerassimo uno scenario olistico, sistemico, in grado di fondere più classificatori con l’obiettivo di sfruttare la possibile complementarietà delle informazioni estratte da ogni singolo classificatore?
Max percepì immediatamente che questa era la strada da seguire. D’altronde Lewin non disse che il tutto era più significativo delle sue parti? Lo stesso Thomas G.Dietterich, nel corso delle sue ricerche presso l’Università dell’Oregon, suggerì ben tre motivazioni per cui la fusione dei singoli classificatori sicuramente ne genera uno più efficace: una statistica, una computazionale e una relativa alla rappresentazione. Infatti, da un punto di vista statistico la “fusione” di più classificatori diminuisce la probabilità di scegliere un singolo classificatore inadeguato quindi, anche se non è garantito che l’insieme di classificatori sia migliore rispetto a tutti i singoli classificatori, la fusione comporta una diminuzione del rischio di fare una scelta scorretta. Dal punto di vista computazionale, molti dei classificatori usano algoritmi di ottimizzazione euristici per la definizione dei parametri ottimi che possono arrestarsi in ottimi locali, l’aggregazione di questi può condurre a soluzioni più prossime all’ottimo globale pur partendo da ottimi locali. L’ultima motivazione è, riguarda, la rappresentazione, ovvero lo spazio delle soluzioni dei singoli classificatori che può non contenere la soluzione ottima del problema di classificazione, in questo caso l’insieme dei classificatori può espandere questo spazio delle soluzioni ottenendo risultati migliori (ad es: un set di classificatori lineari non può raggiungere singolarmente la soluzione di un problema non separabile linearmente, ma una loro combinazione, sì).
Le risorse
Max convocò subito presso il suo ufficio tutti i collaboratori del Semeion già coinvolti in una esperienza analoga di qualche anno fa. Era infatti a conoscenza che il Centro di Scienze della Comunicazione, alla cui direzione era il vulcanico prof. Buscema, aveva fatto grossi progressi sulla tematica e che anzi aveva attivato una specifica nuova linea di ricerca per fornire un significativo contributo alla costruzione di modelli di meta classificazione sia di tipo supervisionato che non-supervisionato.
Sorseggiato il caffè, era stata assolta la prima incombenza dei convenevoli e quando lo sparuto gruppo di persone raggiunse il giusto livello di attenzione, Max provò a descrivere le sue necessità agli scienziati. Come risposta, il prof. Buscema gli illustrò lo stato dell’arte della ricerca Semeion sulla tematica.
Le parole del professore confortarono Max: Buscema aveva capito subito il contesto balenato con l’irruenza di un flash durante la passeggiata mattutina nel parco. Ma non solo, mentre il professore continuava a parlare, Max riusciva a percorrere la sua mappa mentale dei meta classificatori con la stessa facilità con cui si andava in bicicletta. Certo era un po’ arrugginito, ma si sa, quando si comincia a pedalare dopo un bel po’ che non si è fatta pratica, l’equilibrio è incerto, in ogni caso … il risultato finale è garantito.
Il professore continuava a scrivere formule e grafici sulla lavagna, ma fu lo schema seguente che richiamò subito l’attenzione di Max:
Potenza della rappresentazione grafica! Max capì immediatamente che da un punto di vista matematico la caratteristica generale che accomuna tutti gli algoritmi di una Meta-Net Semeion è la specifica procedura attraverso la quale la plausibilità di ogni output di ognuno dei classificatori che concorrono al network fornisce degli input al Meta-Classificatore globale e ne condiziona quindi gli output.
La proposta
Max sentì che la soluzione poteva essere vicina più di quanto potesse immaginare: quello era il suo giorno fortunato. Il professor Buscema gli propose di lavorare su ipotesi molto stimolante: la realizzazione di un meta-classificatore dinamico capace di prendere il meglio di differenti Meta-Nets. In altre parole si trattava di realizzare un classificatore dove i differenti target di ogni Meta Net incluso nel sistema doveva essere in grado di interagire con gli altri ogni qual volta un nuovo record si prestava ad essere analizzato. Il processo aveva termine quando si riusciva a raggiungere una decisione condivisa tra i Meta Nets.
Il commiato fu repentino perché un po’ per guadagnare tempo, un po’ per verificare la bontà di quanto ipotizzato, tutti gli attori della riunione avevano premura di raggiungere la propria postazione di lavoro per buttarsi a capofitto sul nuovo scenario di ricerca.
Il professore, in particolare, già durante il tragitto di ritorno, aveva in mente la carta d’identità della nuova realizzazione:
• Algorithmic category: Static with weights / dynamic with the nodes;
• Dimensional category: Global;
• Teleological category: Auto-poietic;
• Functional category: Recursive.
… e il nome? Già il nome … il suffisso era scontato: META. E poi? Aspettiamo di vedere lo sviluppo delle equazioni che lo avrebbero implementato.
La nascita di Meta Vector come dinamic Meta Nets.
Quando due giorni dopo Max sentì il telefono squillare sperò tanto che dall’altra parte del filo ci fosse il prof. Buscema. In effetti la speranza non fu disattesa e di lì a poco si decise una riunione presso il Semeion alle ore 15:00. Buscema, seppur volutamente criptico, lasciava intuire, dal tono di voce la soddisfazione di colui che aveva appena centrato il bersaglio. Sì perché nella ricerca, si sa, tutto è un gioco, il complesso gioco dell’osservazione della natura. E forte è l’eccitazione di quando si riesce a dare ragione di situazioni che solo un’ora prima, in quanto non comprensibili, venivano evitate o ritenute non importanti.
Mancavano tre ore all’appuntamento e Max, quasi in maniera superstiziosa, sentì l’esigenza di ripetere la passeggiata illuminante che pochi giorni prima aveva scatenato il suo nuovo scenario di ricerca.
Quando Max raggiunse all’ora stabilita il Semeion, la lavagna del professore era piena di calcoli e Buscema lo accolse con delle parole famigliari che solo dopo Max seppe ricondurre ad Einstein. Buscema esordì dicendogli:”Ricordati Max, se A = successo, allora la formula è: A = X + Y + Z, dove X = lavoro, Y = gioco, Z = tenere la bocca chiusa.”
Max, tranquillizzato, capì subito che il Semeion stava per dargli la soluzione.
Il professore cominciò a parlare con voce pacata e sicura: << Max, cominciamo dal nome: ho chiamato la risposta alle tue esigenze Meta Vector, e adesso te ne illustrerò le peculiarità.
Meta Vector ha una specifica e originale topologia: ognuna delle classi di output è funzione di un vettore di pesi i cui singoli elementi, a loro volta, provengono da ogni output di ognuno dei classificatori di base di ognuna delle Metanets di input. Di conseguenza, Meta Vector eredita tutte le matrici dei pesi delle Metanets addestrate e li usa come vincoli per ottimizzare la seguente funzione di costo:
Indicato con il peso appreso tra l’i-esimo nodo di output della k-esima Metanet e il j-esimo nodo di output di ogni classificatore di base (della k-sima Metanet), le equazioni di Meta Vector che devono essere applicate ad ogni nuovo pattern sono le seguenti:
Domande? Il tutto sembra abbastanza complicato, ma noi conosciamo le regole e quindi dobbiamo porre l’attenzione soprattutto nella fase iniziale della scelta delle k MetaNets da porre in input a Meta Vector: più il pool di input è specializzato e coerente per la tematica da analizzare, maggiori saranno i risultati che si otterranno.>>
Max non potè che essere ancora una volta affascinato dalle capacità del prof. Adesso sapeva cosa fare dei suoi lunghi e noiosi tabulati!
giovedì 9 dicembre 2010
venerdì 19 novembre 2010
Attualità del proponimento linceo
Attualità dei principi lincei (“Proponimento linceo”)
“IL NATURAL DESIDERIO DI SAPERE” IN FEDERICO CESI
Antonio Pieretti
Ps. Larga parte della presente relazione è incentrata sul noto discorso intitolato “Del natural desiderio di sapere e beatitudine dei Lincei per adempimento di esso”, tenuto a Napoli da Federico Cesi il 26 gennaio 1616, cioè 13 anni dopo l’istituzione dell’Accademia. Ma si estende al Liceographum quo norma studiosae vitae Lynceorum philosophorum exponitur , al Proponimeno linceo e al Ristretto delle costitutioni lincee.
1. La sapienza come fine dell’uomo.
“I lincei devono in primo luogo ricercare la sapienza con ogni energia e impegno” (Ristretto delle Costituzioni Lincee)
Perché mai la sapienza? Perché la vera sapienza “non solo potrà riscattarci da quei mali, ma ci potrà elargire ogni sorta di beatitudine” (Proponimento liceo)
Si tratta peraltro di un’impresa “si degna, si grande e si propria dell’uomo”, cioè conforme alla sua natura.
Come si può ottenere? “Occupando e tirando a sé tutto l’homo”; la sapienza infatti “vuole l’homo tutto” che sia disposto a realizzare “quel precetto, sancito dagli antichi padri- che ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente suoi molti errori e sulla miseria delle cose umane” (Proponimento linceo).
Occorrono però due condizioni: “un’ordinata costitutione” e una “militia filosofica” che sia ad un tempo ricerca del sapere ed esperienza morale. La sapienza infatti è un progetto di vita (Del naturale….., p. 35).
2. “Sublime è l’eminenza del sapere”
In alcuni passaggi degli scritti di Cesi la sapienza e il sapere sembrano identificarsi. E’ questo il caso del Proponimento linceo, in cui la conoscenza è definita “opera soavissima della mente umana e alimento utilissimo dell’ingegno”. La stessa cosa si può dire a proposito del Linceographum, in cui sapienza e sapere, sebbene distinti, sono collocati sullo stesso piano. Nel Ristretto delle costituzioni lincee invece si parla soltanto di sapienza.
Ma quale rapporto tra loro sussista è detto in modo esemplare nel discorso Del naturale desiderio del sapere, dove si afferma che l’Accademia è stata eretta per “l’acquisto della sapienza”, “particolarmente con i mezzi delle principali discipline”, ossia della filosofia naturale e della matematica. Tali discipline infatti sono “degno instrumento”ai fini del sapere.
Questo non significa che Cesi consideri il sapere irrilevante rispetto alla sapienza, ma piuttosto che gli attribuisce un ruolo ben definito nei suoi confronti. La conoscenza, del resto, ha “nel desiderio naturale di sapere” il suo fondamento e, per essere raggiunta, richiede condizioni in tutto simili a quelle previste per l’acquisto della sapienza.
Benefici del sapere:
• “sublime è l’eminenza del sapere”
• “il grado e la decenza vera ch’apporta per se stesso, …., il sapere”
• “porge diletto”, quale che sia il grado di conoscenza che si raggiunge.
3.“In ciascuno è nato il desiderio di sapere”
Il desiderio di sapere equivale per l’uomo ad un “affetto innato”. Risponde per lui ad una “naturale inclinatione”.
Del resto, in quanto animale razionale, è tenuto a “servirsi della ragione da Dio donataci”.
“Non vi è altro uso di quella più sublime operazione che quella dell’intelletto”. Per questo il sapere
• ha in sé il proprio fine (“il sapere stesso è lo scopo, e basta a muovere”)
• dignità del sapere (apporta “il grado e la decenza vera”)
• piacevolezza del sapere (“porge diletto”)
• utilità del sapere (“vero guadagno si ottiene dal sapere”)
e se tutto ciò non è sufficiente a stimolarne la pratica, si ricordi che “ evvi il desiderio della gloria del vero e lodevole piacere, dell’utile, del commodo, della quiete e altri beni conseguenti senza …”( p. 43).
4. L’oggetto del sapere
• ”questo grande, veritiero et universal libro del mondo”
• “libro dell’universo”
• “ è grandissimo veramente il campo del sapere, grande per la copia delle contemplazioni e grande per la copia delle lezzioni”
• “gli oggetti tutti che si presentano in questo gran teatro della natura”
• gli “arcani della natura”
Di qui l’invito di Cesi: ai Lincei non resta perciò che dedicarsi, “nel grandissimo campo della filosofia, a studiare i più riposti recessi della natura per penetrare i suoi più intimi segreti”.
5. Gli ostacoli al sapere.
Nonostante quanto si è detto sugli effetti del sapere e sulla sua natura, “sono per lo più abbandonate e derelitte quelle stesse che più possono soddisfare il desiderio nativo, quelle che più ci danno di cognitione e più ci apportano di perfectione e d’ornamento, dico la gran filosofia, le matematiche e le filologiche e le poetiche erudizioni”. Anche se “veramente sono scopo dell’innato desiderio”, esse sono trascurate. Perché?
1. “per fiacchezza in affetto si principale “
2. “per debolezza e trascuraggine nell’esecutione d’esso”
3. “per la difficoltà grande ch’accosti all’impossibile, per scarsezza di mezzi, di modi, di requisiti”
4. per la fatica che il sapere comporta:“ad un istesso parto con sì degna inclinatione (se però non precede ancora) insorge l’odio della fatiga”
5. “viene posposta la buona inclinatione al piacer della pigrizia”
6. abuso e cattivo uso o nessun uso della ragione
7. “credo che primieramente il tutto proceda dal fine per il quale si studia, che, per lo più, non sia altrimente il sapere, ma il guadagno, gli honori, favori e comodità” [ condanna dei costumi accademici].
Come si può vedere, gli ostacoli che si oppongono al sapere non riguardano l’oggetto, il metodo, le discipline prescelte, ma attengono alla disposizione morale di chi vi si dedica, al fine che si ripromette di perseguire. “La loro mira è più nel parer che nell’essere, et habere fama di dottrina che di sapere”.
Del resto, il cattivo uso della ragione è un indice evidente della loro infedeltà nei confronti dello statuto razionale dell’uomo.
Non a caso perciò chi si comporta così, si attiene a “modi più di corte che di stile e tanto alieni dall’acquisto della sapienza quanto ciascuno può considerare”. Non è difficile, però, in questo caso, perdere l’onorato grado di filosofo e “cadere nel luogo vilissimo di parassito, buffone o almeno adulatore”.
6. L’”identità lincea” richiede una conversione morale e intellettuale.
Per sottrarsi a questi rischi occorre adeguarsi a “quel precetto, sancito dagli antichi padri:
• ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente sui molti errori e sulla miseria delle umane cose” (Proponimento linceo).
• Occorre un impegno totale perché le attività svolte “altro non procurano e bramano la sapienza per utile sì proprio come anco comune di ciascuno”;
• Sono necessari “animi si ben composti e dedicati in tutto alle virtù”, cioè capaci di professare “tanto amore alla virtù”, che ne facciano “uomini degni” e “liberi da tutte le occupazioni e brighe dipendenti dal corpo” [castità e rapporto con gli altri ] ;
• I Lincei devono essere individui“segregati dal contagio del volgo comune”, liberi dalla peste della pigrizia”;
• Devono essere raccolti in un consesso, come “nell’accampamento di una filosofica milizia” (Accademia);
• “infiammati dal fervore dello studio”;
• “impegnati a conservare tra noi la benevolenza, la reciproca consuetudine e il vincolo di una sincera fedeltà”, ad attuare una “studiosa amicizia”.
Questo ideale morale e scientifico, già presente nel Proponimento, è sviluppato nel Linceographum quo norma studiosae vitae linceorum philosophorum exponitur, dove viene ribadito che i membri dell’Accademia, aiutandosi a vicenda, devono dedicarsi alla ricerca scientifica, “vivendo insieme rettamente e piamente, e impegnandosi a diffondere tra gli uomini la conoscenza “a voce e con gli scritti, “pacificamente e senza recare danno a nessuno”. Non a caso appunto i Lincei si proclamano “cultori della pace e del pubblico bene”.
• Il cammino da percorrere è lungo, per cui “deve …bene la vita”, ma “soprattutto si procederà sempre avanti col proprio intelletto filosofando con ogni sincerità “ e rifuggendo da autorità precostituite.
• Probità morale, ricerca comunitaria, …tensione morale religiosa
• Libertà della ricerca.
“IL NATURAL DESIDERIO DI SAPERE” IN FEDERICO CESI
Antonio Pieretti
Ps. Larga parte della presente relazione è incentrata sul noto discorso intitolato “Del natural desiderio di sapere e beatitudine dei Lincei per adempimento di esso”, tenuto a Napoli da Federico Cesi il 26 gennaio 1616, cioè 13 anni dopo l’istituzione dell’Accademia. Ma si estende al Liceographum quo norma studiosae vitae Lynceorum philosophorum exponitur , al Proponimeno linceo e al Ristretto delle costitutioni lincee.
1. La sapienza come fine dell’uomo.
“I lincei devono in primo luogo ricercare la sapienza con ogni energia e impegno” (Ristretto delle Costituzioni Lincee)
Perché mai la sapienza? Perché la vera sapienza “non solo potrà riscattarci da quei mali, ma ci potrà elargire ogni sorta di beatitudine” (Proponimento liceo)
Si tratta peraltro di un’impresa “si degna, si grande e si propria dell’uomo”, cioè conforme alla sua natura.
Come si può ottenere? “Occupando e tirando a sé tutto l’homo”; la sapienza infatti “vuole l’homo tutto” che sia disposto a realizzare “quel precetto, sancito dagli antichi padri- che ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente suoi molti errori e sulla miseria delle cose umane” (Proponimento linceo).
Occorrono però due condizioni: “un’ordinata costitutione” e una “militia filosofica” che sia ad un tempo ricerca del sapere ed esperienza morale. La sapienza infatti è un progetto di vita (Del naturale….., p. 35).
2. “Sublime è l’eminenza del sapere”
In alcuni passaggi degli scritti di Cesi la sapienza e il sapere sembrano identificarsi. E’ questo il caso del Proponimento linceo, in cui la conoscenza è definita “opera soavissima della mente umana e alimento utilissimo dell’ingegno”. La stessa cosa si può dire a proposito del Linceographum, in cui sapienza e sapere, sebbene distinti, sono collocati sullo stesso piano. Nel Ristretto delle costituzioni lincee invece si parla soltanto di sapienza.
Ma quale rapporto tra loro sussista è detto in modo esemplare nel discorso Del naturale desiderio del sapere, dove si afferma che l’Accademia è stata eretta per “l’acquisto della sapienza”, “particolarmente con i mezzi delle principali discipline”, ossia della filosofia naturale e della matematica. Tali discipline infatti sono “degno instrumento”ai fini del sapere.
Questo non significa che Cesi consideri il sapere irrilevante rispetto alla sapienza, ma piuttosto che gli attribuisce un ruolo ben definito nei suoi confronti. La conoscenza, del resto, ha “nel desiderio naturale di sapere” il suo fondamento e, per essere raggiunta, richiede condizioni in tutto simili a quelle previste per l’acquisto della sapienza.
Benefici del sapere:
• “sublime è l’eminenza del sapere”
• “il grado e la decenza vera ch’apporta per se stesso, …., il sapere”
• “porge diletto”, quale che sia il grado di conoscenza che si raggiunge.
3.“In ciascuno è nato il desiderio di sapere”
Il desiderio di sapere equivale per l’uomo ad un “affetto innato”. Risponde per lui ad una “naturale inclinatione”.
Del resto, in quanto animale razionale, è tenuto a “servirsi della ragione da Dio donataci”.
“Non vi è altro uso di quella più sublime operazione che quella dell’intelletto”. Per questo il sapere
• ha in sé il proprio fine (“il sapere stesso è lo scopo, e basta a muovere”)
• dignità del sapere (apporta “il grado e la decenza vera”)
• piacevolezza del sapere (“porge diletto”)
• utilità del sapere (“vero guadagno si ottiene dal sapere”)
e se tutto ciò non è sufficiente a stimolarne la pratica, si ricordi che “ evvi il desiderio della gloria del vero e lodevole piacere, dell’utile, del commodo, della quiete e altri beni conseguenti senza …”( p. 43).
4. L’oggetto del sapere
• ”questo grande, veritiero et universal libro del mondo”
• “libro dell’universo”
• “ è grandissimo veramente il campo del sapere, grande per la copia delle contemplazioni e grande per la copia delle lezzioni”
• “gli oggetti tutti che si presentano in questo gran teatro della natura”
• gli “arcani della natura”
Di qui l’invito di Cesi: ai Lincei non resta perciò che dedicarsi, “nel grandissimo campo della filosofia, a studiare i più riposti recessi della natura per penetrare i suoi più intimi segreti”.
5. Gli ostacoli al sapere.
Nonostante quanto si è detto sugli effetti del sapere e sulla sua natura, “sono per lo più abbandonate e derelitte quelle stesse che più possono soddisfare il desiderio nativo, quelle che più ci danno di cognitione e più ci apportano di perfectione e d’ornamento, dico la gran filosofia, le matematiche e le filologiche e le poetiche erudizioni”. Anche se “veramente sono scopo dell’innato desiderio”, esse sono trascurate. Perché?
1. “per fiacchezza in affetto si principale “
2. “per debolezza e trascuraggine nell’esecutione d’esso”
3. “per la difficoltà grande ch’accosti all’impossibile, per scarsezza di mezzi, di modi, di requisiti”
4. per la fatica che il sapere comporta:“ad un istesso parto con sì degna inclinatione (se però non precede ancora) insorge l’odio della fatiga”
5. “viene posposta la buona inclinatione al piacer della pigrizia”
6. abuso e cattivo uso o nessun uso della ragione
7. “credo che primieramente il tutto proceda dal fine per il quale si studia, che, per lo più, non sia altrimente il sapere, ma il guadagno, gli honori, favori e comodità” [ condanna dei costumi accademici].
Come si può vedere, gli ostacoli che si oppongono al sapere non riguardano l’oggetto, il metodo, le discipline prescelte, ma attengono alla disposizione morale di chi vi si dedica, al fine che si ripromette di perseguire. “La loro mira è più nel parer che nell’essere, et habere fama di dottrina che di sapere”.
Del resto, il cattivo uso della ragione è un indice evidente della loro infedeltà nei confronti dello statuto razionale dell’uomo.
Non a caso perciò chi si comporta così, si attiene a “modi più di corte che di stile e tanto alieni dall’acquisto della sapienza quanto ciascuno può considerare”. Non è difficile, però, in questo caso, perdere l’onorato grado di filosofo e “cadere nel luogo vilissimo di parassito, buffone o almeno adulatore”.
6. L’”identità lincea” richiede una conversione morale e intellettuale.
Per sottrarsi a questi rischi occorre adeguarsi a “quel precetto, sancito dagli antichi padri:
• ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente sui molti errori e sulla miseria delle umane cose” (Proponimento linceo).
• Occorre un impegno totale perché le attività svolte “altro non procurano e bramano la sapienza per utile sì proprio come anco comune di ciascuno”;
• Sono necessari “animi si ben composti e dedicati in tutto alle virtù”, cioè capaci di professare “tanto amore alla virtù”, che ne facciano “uomini degni” e “liberi da tutte le occupazioni e brighe dipendenti dal corpo” [castità e rapporto con gli altri ] ;
• I Lincei devono essere individui“segregati dal contagio del volgo comune”, liberi dalla peste della pigrizia”;
• Devono essere raccolti in un consesso, come “nell’accampamento di una filosofica milizia” (Accademia);
• “infiammati dal fervore dello studio”;
• “impegnati a conservare tra noi la benevolenza, la reciproca consuetudine e il vincolo di una sincera fedeltà”, ad attuare una “studiosa amicizia”.
Questo ideale morale e scientifico, già presente nel Proponimento, è sviluppato nel Linceographum quo norma studiosae vitae linceorum philosophorum exponitur, dove viene ribadito che i membri dell’Accademia, aiutandosi a vicenda, devono dedicarsi alla ricerca scientifica, “vivendo insieme rettamente e piamente, e impegnandosi a diffondere tra gli uomini la conoscenza “a voce e con gli scritti, “pacificamente e senza recare danno a nessuno”. Non a caso appunto i Lincei si proclamano “cultori della pace e del pubblico bene”.
• Il cammino da percorrere è lungo, per cui “deve …bene la vita”, ma “soprattutto si procederà sempre avanti col proprio intelletto filosofando con ogni sincerità “ e rifuggendo da autorità precostituite.
• Probità morale, ricerca comunitaria, …tensione morale religiosa
• Libertà della ricerca.
sabato 13 novembre 2010
Riduzionismo o sistemico?
Mi piace pensare al riduzionismo, utilizzando la metafora della mia vita, come un periodo scolastico di insegnamento, confronto, dibattito e crescita, senza il quale adesso non starei qui a scrivere queste riflessioni. L’età adolescenziale e la cultura scolastica relativa sono state le pietre miliari per acquisire la capacità di critica, di valutazione e quei stimoli di crescita evolutiva che oggi ci permettono di ragionare sui temi della complessità. Per cui non starei qui a disquisire se è l’approccio riduzionista oppure un altro tipo di approccio (non necessariamente complesso) quello da prendere a riferimento. Mi piace invece pensare al riduzionismo come il seme dal quale è nata la pianta della complessità. Questo perché anche in un processo di crescita ed evolutivo come quello sistemico, prevede i suoi bravi momenti di verifica e validazione, da una parte, e i suoi feedback, dall’altra, in cui strumenti e meccanismi del riduzionismo ancora hanno la loro valenza. D’altronde, lo sviluppo adattivo ed autopoietico dei sistemi complessi, che noi al momento non sappiamo catalogare o ricondurre a scenari noti, bene rappresenta la continua lotta tra il principio dell’emergenza di cui Kurt Lewin ha fatto il suo cavallo di battaglia e quello apparentemente repressivo dell’imposizione che però è alla base delle organizzazioni e delle società moderne, come sapientemente ha evidenziato Edgar Morin nella sua saga dei Metodi. A questo punto vorrei addirittura cimentarmi in un sofismo… e se cominciassimo a considerare il riduzionismo come una scienza la cui spiegazione si può raggiungere solo attraverso la meta-scienza della complessità? D’altronde Godel non aveva certo l’obiettivo di distruggere tutta la logica matematica al suo tempo nota, ma quello di costruirne una superiore. Per usare ancora una metafora, aveva l’esigenza di salire su un balcone dal quale era possibile vedere, e non distruggere!, quello che accadeva di sotto. Le dinamiche di una casbha o di un mercato rionale, non si possono descrivere fin quando si è al suo interno, bisogna avere il coraggio di salire sulla terrazza e l’intuizione di scegliere quella con la giusta “vista”. Per concludere, il riduzionismo fa parte della nostra storia e cultura e come tale va considerato: come una fase della vita dell’umanità che matura, evolve e si apre ad esperienze sempre più sfidanti anche in assenza, almeno apparente, dei forti vincoli religiosi e sociali con cui Cartesio, Newton e Galileo dovettero invece scontrarsi.
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