venerdì 19 novembre 2010

Attualità del proponimento linceo

Attualità dei principi lincei (“Proponimento linceo”)
“IL NATURAL DESIDERIO DI SAPERE” IN FEDERICO CESI
Antonio Pieretti

Ps. Larga parte della presente relazione è incentrata sul noto discorso intitolato “Del natural desiderio di sapere e beatitudine dei Lincei per adempimento di esso”, tenuto a Napoli da Federico Cesi il 26 gennaio 1616, cioè 13 anni dopo l’istituzione dell’Accademia. Ma si estende al Liceographum quo norma studiosae vitae Lynceorum philosophorum exponitur , al Proponimeno linceo e al Ristretto delle costitutioni lincee.

1. La sapienza come fine dell’uomo.
“I lincei devono in primo luogo ricercare la sapienza con ogni energia e impegno” (Ristretto delle Costituzioni Lincee)
Perché mai la sapienza? Perché la vera sapienza “non solo potrà riscattarci da quei mali, ma ci potrà elargire ogni sorta di beatitudine” (Proponimento liceo)
Si tratta peraltro di un’impresa “si degna, si grande e si propria dell’uomo”, cioè conforme alla sua natura.
Come si può ottenere? “Occupando e tirando a sé tutto l’homo”; la sapienza infatti “vuole l’homo tutto” che sia disposto a realizzare “quel precetto, sancito dagli antichi padri- che ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente suoi molti errori e sulla miseria delle cose umane” (Proponimento linceo).
Occorrono però due condizioni: “un’ordinata costitutione” e una “militia filosofica” che sia ad un tempo ricerca del sapere ed esperienza morale. La sapienza infatti è un progetto di vita (Del naturale….., p. 35).

2. “Sublime è l’eminenza del sapere”
In alcuni passaggi degli scritti di Cesi la sapienza e il sapere sembrano identificarsi. E’ questo il caso del Proponimento linceo, in cui la conoscenza è definita “opera soavissima della mente umana e alimento utilissimo dell’ingegno”. La stessa cosa si può dire a proposito del Linceographum, in cui sapienza e sapere, sebbene distinti, sono collocati sullo stesso piano. Nel Ristretto delle costituzioni lincee invece si parla soltanto di sapienza.
Ma quale rapporto tra loro sussista è detto in modo esemplare nel discorso Del naturale desiderio del sapere, dove si afferma che l’Accademia è stata eretta per “l’acquisto della sapienza”, “particolarmente con i mezzi delle principali discipline”, ossia della filosofia naturale e della matematica. Tali discipline infatti sono “degno instrumento”ai fini del sapere.
Questo non significa che Cesi consideri il sapere irrilevante rispetto alla sapienza, ma piuttosto che gli attribuisce un ruolo ben definito nei suoi confronti. La conoscenza, del resto, ha “nel desiderio naturale di sapere” il suo fondamento e, per essere raggiunta, richiede condizioni in tutto simili a quelle previste per l’acquisto della sapienza.
Benefici del sapere:
• “sublime è l’eminenza del sapere”
• “il grado e la decenza vera ch’apporta per se stesso, …., il sapere”
• “porge diletto”, quale che sia il grado di conoscenza che si raggiunge.

3.“In ciascuno è nato il desiderio di sapere”
Il desiderio di sapere equivale per l’uomo ad un “affetto innato”. Risponde per lui ad una “naturale inclinatione”.
Del resto, in quanto animale razionale, è tenuto a “servirsi della ragione da Dio donataci”.
“Non vi è altro uso di quella più sublime operazione che quella dell’intelletto”. Per questo il sapere
• ha in sé il proprio fine (“il sapere stesso è lo scopo, e basta a muovere”)
• dignità del sapere (apporta “il grado e la decenza vera”)
• piacevolezza del sapere (“porge diletto”)
• utilità del sapere (“vero guadagno si ottiene dal sapere”)
e se tutto ciò non è sufficiente a stimolarne la pratica, si ricordi che “ evvi il desiderio della gloria del vero e lodevole piacere, dell’utile, del commodo, della quiete e altri beni conseguenti senza …”( p. 43).

4. L’oggetto del sapere
• ”questo grande, veritiero et universal libro del mondo”
• “libro dell’universo”
• “ è grandissimo veramente il campo del sapere, grande per la copia delle contemplazioni e grande per la copia delle lezzioni”
• “gli oggetti tutti che si presentano in questo gran teatro della natura”
• gli “arcani della natura”
Di qui l’invito di Cesi: ai Lincei non resta perciò che dedicarsi, “nel grandissimo campo della filosofia, a studiare i più riposti recessi della natura per penetrare i suoi più intimi segreti”.

5. Gli ostacoli al sapere.
Nonostante quanto si è detto sugli effetti del sapere e sulla sua natura, “sono per lo più abbandonate e derelitte quelle stesse che più possono soddisfare il desiderio nativo, quelle che più ci danno di cognitione e più ci apportano di perfectione e d’ornamento, dico la gran filosofia, le matematiche e le filologiche e le poetiche erudizioni”. Anche se “veramente sono scopo dell’innato desiderio”, esse sono trascurate. Perché?
1. “per fiacchezza in affetto si principale “
2. “per debolezza e trascuraggine nell’esecutione d’esso”
3. “per la difficoltà grande ch’accosti all’impossibile, per scarsezza di mezzi, di modi, di requisiti”
4. per la fatica che il sapere comporta:“ad un istesso parto con sì degna inclinatione (se però non precede ancora) insorge l’odio della fatiga”
5. “viene posposta la buona inclinatione al piacer della pigrizia”
6. abuso e cattivo uso o nessun uso della ragione
7. “credo che primieramente il tutto proceda dal fine per il quale si studia, che, per lo più, non sia altrimente il sapere, ma il guadagno, gli honori, favori e comodità” [ condanna dei costumi accademici].
Come si può vedere, gli ostacoli che si oppongono al sapere non riguardano l’oggetto, il metodo, le discipline prescelte, ma attengono alla disposizione morale di chi vi si dedica, al fine che si ripromette di perseguire. “La loro mira è più nel parer che nell’essere, et habere fama di dottrina che di sapere”.
Del resto, il cattivo uso della ragione è un indice evidente della loro infedeltà nei confronti dello statuto razionale dell’uomo.
Non a caso perciò chi si comporta così, si attiene a “modi più di corte che di stile e tanto alieni dall’acquisto della sapienza quanto ciascuno può considerare”. Non è difficile, però, in questo caso, perdere l’onorato grado di filosofo e “cadere nel luogo vilissimo di parassito, buffone o almeno adulatore”.

6. L’”identità lincea” richiede una conversione morale e intellettuale.
Per sottrarsi a questi rischi occorre adeguarsi a “quel precetto, sancito dagli antichi padri:
• ciascuno conosca se stesso, meditando profondamente sui molti errori e sulla miseria delle umane cose” (Proponimento linceo).
• Occorre un impegno totale perché le attività svolte “altro non procurano e bramano la sapienza per utile sì proprio come anco comune di ciascuno”;
• Sono necessari “animi si ben composti e dedicati in tutto alle virtù”, cioè capaci di professare “tanto amore alla virtù”, che ne facciano “uomini degni” e “liberi da tutte le occupazioni e brighe dipendenti dal corpo” [castità e rapporto con gli altri ] ;
• I Lincei devono essere individui“segregati dal contagio del volgo comune”, liberi dalla peste della pigrizia”;
• Devono essere raccolti in un consesso, come “nell’accampamento di una filosofica milizia” (Accademia);
• “infiammati dal fervore dello studio”;
• “impegnati a conservare tra noi la benevolenza, la reciproca consuetudine e il vincolo di una sincera fedeltà”, ad attuare una “studiosa amicizia”.
Questo ideale morale e scientifico, già presente nel Proponimento, è sviluppato nel Linceographum quo norma studiosae vitae linceorum philosophorum exponitur, dove viene ribadito che i membri dell’Accademia, aiutandosi a vicenda, devono dedicarsi alla ricerca scientifica, “vivendo insieme rettamente e piamente, e impegnandosi a diffondere tra gli uomini la conoscenza “a voce e con gli scritti, “pacificamente e senza recare danno a nessuno”. Non a caso appunto i Lincei si proclamano “cultori della pace e del pubblico bene”.
• Il cammino da percorrere è lungo, per cui “deve …bene la vita”, ma “soprattutto si procederà sempre avanti col proprio intelletto filosofando con ogni sincerità “ e rifuggendo da autorità precostituite.
• Probità morale, ricerca comunitaria, …tensione morale religiosa
• Libertà della ricerca.

sabato 13 novembre 2010

Riduzionismo o sistemico?

Mi piace pensare al riduzionismo, utilizzando la metafora della mia vita, come un periodo scolastico di insegnamento, confronto, dibattito e crescita, senza il quale adesso non starei qui a scrivere queste riflessioni. L’età adolescenziale e la cultura scolastica relativa sono state le pietre miliari per acquisire la capacità di critica, di valutazione e quei stimoli di crescita evolutiva che oggi ci permettono di ragionare sui temi della complessità. Per cui non starei qui a disquisire se è l’approccio riduzionista oppure un altro tipo di approccio (non necessariamente complesso) quello da prendere a riferimento. Mi piace invece pensare al riduzionismo come il seme dal quale è nata la pianta della complessità. Questo perché anche in un processo di crescita ed evolutivo come quello sistemico, prevede i suoi bravi momenti di verifica e validazione, da una parte, e i suoi feedback, dall’altra, in cui strumenti e meccanismi del riduzionismo ancora hanno la loro valenza. D’altronde, lo sviluppo adattivo ed autopoietico dei sistemi complessi, che noi al momento non sappiamo catalogare o ricondurre a scenari noti, bene rappresenta la continua lotta tra il principio dell’emergenza di cui Kurt Lewin ha fatto il suo cavallo di battaglia e quello apparentemente repressivo dell’imposizione che però è alla base delle organizzazioni e delle società moderne, come sapientemente ha evidenziato Edgar Morin nella sua saga dei Metodi. A questo punto vorrei addirittura cimentarmi in un sofismo… e se cominciassimo a considerare il riduzionismo come una scienza la cui spiegazione si può raggiungere solo attraverso la meta-scienza della complessità? D’altronde Godel non aveva certo l’obiettivo di distruggere tutta la logica matematica al suo tempo nota, ma quello di costruirne una superiore. Per usare ancora una metafora, aveva l’esigenza di salire su un balcone dal quale era possibile vedere, e non distruggere!, quello che accadeva di sotto. Le dinamiche di una casbha o di un mercato rionale, non si possono descrivere fin quando si è al suo interno, bisogna avere il coraggio di salire sulla terrazza e l’intuizione di scegliere quella con la giusta “vista”. Per concludere, il riduzionismo fa parte della nostra storia e cultura e come tale va considerato: come una fase della vita dell’umanità che matura, evolve e si apre ad esperienze sempre più sfidanti anche in assenza, almeno apparente, dei forti vincoli religiosi e sociali con cui Cartesio, Newton e Galileo dovettero invece scontrarsi.