venerdì 30 dicembre 2011

Le vie della complessità

Vi sono due difficoltà preliminari quando si voglia parlare di complessità. La prima sta nel fatto che il termine non possiede uno statuto epistemologico. Ad eccezione di Bachelard, i filosofi della scienza e gli epistemologi lo hanno trascurato. La seconda difficoltà è di ordine semantico. Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il termine non sarebbe più complesso.

In ogni modo la complessità si presenta come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. Il problema è di sapere se sia possibile rispondere alla sfida dell'incertezza e della difficoltà. Per lungo tempo molti hanno creduto - e molti forse credono ancor oggi - che la carenza delle scienze umane e sociali stesse nella loro incapacità di liberarsi dall'apparente complessità dei fenomeni umani, per elevarsi alla dignità delle scienze naturali, scienze che stabilivano leggi semplici, principi semplici, e facevano regnare l'ordine del determinismo.

Oggi vediamo che le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice. E di conseguenza quelli che sembravano essere i residui non scientifici delle scienze umane - l'incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralità, la complicazione, ecc. - fanno oggi parte della problematica di fondo della conoscenza scientifica.

Ciò posto, vorrei sottolineare sin dall'inizio - dato che attorno al termine di complessità vi è molta confusione, e vi sono molte difficoltà - che non ci si può accostare alla complessità attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo invece seguire percorsi differenti, tanto differenti che ci si può chiedere se invece di una complessità non vi siano delle complessità.

In maniera molto sommaria, e non complessa (perché farò una specie di enumerazione o di catalogo), intendo ora indicare le differenti strade che conducono alla "sfida della complessità".

La prima via, la prima strada, è quella dell'irriducibilità del caso o del disordine. Il caso e il disordine hanno fatto irruzione nell'universo delle scienze fisiche anzitutto con l'irruzione del calore, che è agitazione – collisione -dispersione degli atomi o delle molecole, in seguito con l'irruzione delle indeterminazioni microfisiche, e infine con l'esplosione originaria e con la dispersione del cosmo ora in atto.

Come definire il caso, che è un ingrediente inevitabile di tutto quello che ci appare come disordine? Il matematico Chaitin lo ha definito quale incompressibilità algoritmica, e cioè come irriducibilità o indeducibilità di una sequenza di numeri o di eventi a partire da un algoritmo. Ma lo stesso Chaitin ha fatto notare come non sia assolutamente possibile dimostrare una tale incompressibilità: noi non possiamo dimostrare - in altri termini - se quello che ci sembra caso non sia invece dovuto alla nostra ignoranza.

Da un lato dobbiamo dunque constatare che il disordine e il caso sono presenti nell'universo, e svolgono un ruolo attivo nella sua evoluzione. D'altro canto non siamo però in grado di risolvere l'incertezza arrecata dalle nozioni di disordine e di caso: lo stesso caso non è sicuro di essere un caso. Questa incertezza rimane, e rimane anche l'incertezza sulla natura dell'incertezza arrecataci dal caso.

La seconda via della complessità è data - nelle scienze naturali - dal superamento di quei limiti che potremmo chiamare i limiti di quell’astrazione universalista che eliminava la singolarità, la località e la temporalità. In questo modo la biologia contemporanea non considera più la specie come un contesto generale entro la quale l'individuo è un caso singolare. Al contrario considera ogni specie vivente come una singolarità che produce delle singolarità.. La vita stessa è una singolarità, all'interno dei vari tipi di organizzazioni fisico-chimiche esistenti. E, in maniera ancora più forte, le scoperte di Hubble relative alla dispersione delle galassie, nonché la scoperta della radiazione isotropa che proviene da tutte le parti dell’universo, hanno provocato la risurrezione di un cosmo singolare, dotato di una storia singolare nella quale si produrrà la nostra storia singolare.

Anche la località diventa una nozione fisica determinante. L'idea di località si trova necessariamente reintrodotta dalla fisica einsteiniana, per il fatto che le misure possono venir eseguite soltanto in un luogo determinato e sono realmente: relative proprio alla situazione in cui vengono eseguite. Nelle scienze biologiche lo sviluppo delle discipline ecologiche mostra come gli individui singolari si sviluppino e vivano entro il contesto localizzato degli ecosistemi. E così non possiamo eliminare il singolare e il locale ricorrendo all'universale. Dobbiamo al contrario connettere queste nozioni.

La terza via è la via della complicazione. Il problema della complicazione si è posto nel momento in cui si è, visto che i fenomeni biologici e sociali presentavano un numero incalcolabile di interazioni, di inter-retroazioni, uno straordinario groviglio che non poteva venir computato nemmeno con il ricorso al computer più potente. Sono queste le radici del paradosso di Niels Bohr. Egli diceva: "Le interazioni che tengono in vita l'organismo di un cane sono interazioni che non possono essere studiate in vivo. Se si volesse studiarle correttamente, bisognerebbe uccidere il cane."

La quarta via si è aperta nel momento in cui abbiamo iniziato a ideare una misteriosa relazione di complementarità - ma nello stesso tempo di antagonismo logico - fra le nozioni di ordine, disordine e organizzazione. Va in questo senso il principio dell'order from noise - formulato da Heinz von Foerster nel 1959 - che si opponeva al principio classico dell'order from order (l'ordine naturale che obbedisce alle leggi naturali) e al principio statistico dell'order from disorder (per il quale un ordine statistico a livello delle popolazioni si produce a partire dai fenomeni disordinati e aleatori al livello degli individui). Il principio dell'order from noise indica che da un'agitazione o da una turbolenza disordinata possono nascere fenomeni ordinati (preferirei dire organizzati). Così i lavori di Prigogine hanno mostrato che strutture coerenti a forma di vortice potevano nascere da perturbazioni che apparentemente avrebbero dovuto dare come risultato delle turbolenze. È in questo senso che alla nostra ragione si presenta il problema di una misteriosa relazione fra ordine, disordine e organizzazione.

La quinta via della complessità è la via dell'organizzazione. A questo punto si pone una difficoltà logica. L'organizzazione è ciò che determina un sistema a partire da elementi differenti, e costituisce dunque un'unità nello stesso tempo in cui costituisce una molteplicità. La complessità logica dell'unitas multiplex ci richiede di non dissolvere il molteplice nell'uno, ne l'uno nel molteplice.

Ciò che è inoltre interessante è il fatto che un sistema sia nel contempo qualcosa di più e qualcosa di meno di quella che potrebbe venir definita come la somma delle sue parti. In che senso è qualcosa di meno? Nel senso che l'organizzazione impone dei vincoli che inibiscono talune potenzialità che si trovano nelle varie parti. E questo accade in tutte le organizzazioni, comprese le organizzazioni sociali nelle quali i vincoli giuridici, politici, militari, economici e di altro genere fanno si che siano inibite o represse molte delle nostre potenzialità. Ma nel contempo il tutto organizzato è qualcosa di più della somma delle parti, perché fa emergere qualità che senza una tale organizzazione non esisterebbero. Sono qualità " emergenti ", nel senso che Sono constatabili empiricamente ma non sono deducibili logicamente. Tali qualità emergenti esercitano delle retroazioni sul livello delle parti, e possono stimolare quest’ultime a esprimere le loro potenzialità. Così vediamo bene in che modo la cultura, il linguaggio, l'educazione - tutte proprietà che possono esistere soltanto al livello della totalità sociale - retroagiscano sulle parti per consentire lo sviluppo della mente e dell'intelligenza degli individui.

Siamo dunque in presenza di un primo livello di complessità organizzazionale. Ma al livello delle organizzazioni biologiche e sociali abbiamo anche un tipo di complessità che è relativo alle questioni del centro e del policentrismo. Le organizzazioni sociali sono organizzazioni complesse perché sono in uno stesso tempo acentrate (funzionano cioè in maniera anarchica, attraverso interazioni Spontanee), policentriche (caratterizzate da numerosi centri di controllo, od organizzazioni) e centrate (dispongono cioè, nello stesso tempo, di un centro di decisione).

Così le nostre società contemporanee si auto-organizzano a partire, nello stesso tempo, da un centro di comando e di decisione (lo stato, il governo), da molteplici centri di organizzazione (le autorità regionali, le autorità comunali, le imprese, i partiti politici, ecc.), e anche da interazioni spontanee fra gruppi e fra individui.

Nel campo della complessità vi è qualcosa di ancor più sorprendente. E il principio che potremmo definire ologrammatico. L'ologramma è un'immagine fisica le cui qualità (prospettiche, di colore, ecc.) dipendono dal fatto che ogni suo punto contiene quasi tutta l'informazione dell'insieme che l'immagine rappresenta. E nei nostri organismi biologici noi possediamo un'organizzazione di questo genere: ognuna delle nostre cellule, anche la cellula più modesta come può essere una cellula dell'epidermide, contiene l'informazione genetica di tutto il nostro essere nel suo insieme. Naturalmente solo una piccola parte di questa informazione è espressa in questa cellula, mentre il resto è inibito. In questo senso possiamo dire non soltanto che la parte è nel tutto, ma anche che il tutto è nella parte.

Le cose stanno in questo modo - pur se in maniera completamente differente - anche per le nostre società. Sin dalla nascita, la famiglia ci insegna il linguaggio, i primi rituali e le prime necessità sociali, a partire dalla pulizia e dai saluti. E’ questa un’immissione di cultura continua attraverso la scuola, e attraverso l'educazione. Abbiamo anche un principio che è estremamente ironico, ma estremamente significativo: "a nessuno è dato di ignorare la legge". Il che equivale a dire che la legislazione penale e repressiva in linea di principio deve essere presente nella sua totalità nella mente dell'individuo. E così, in certo qual modo, la società nel suo complesso è presente nella parte - nell'individuo - anche in società come le nostre che soffrono di una iperspecializzazione nel lavoro. Ciò vuol dire anche che non possiamo più considerare un sistema complesso attraverso l’alternativa del riduzionismo (che vuole comprendere il tutto a partire soltanto dalle qualità delle parti) o dell'olismo" -non meno semplificante - che ignora le parti per comprendere il tutto. Già Pascal affermava: "Posso comprendere un tutto soltanto se conosco le parti in maniera specifica, ma posso comprendere le parti soltanto se conosco il tutto." Ma ciò che significa? Significa che si abbandona un tipo di spiegazione lineare e si 'adotta un tipo di spiegazione in movimento, circolare, una spiegazione in cui per cercare di comprendere il fenomeno si"va dalle parti al tutto e dal tutto alle parti. La delucidazione del tutto può ad esempio avvenire prendendo le mosse da un punto particolare che concentra in se, a un dato momento, il dramma o la tragedia del tutto. Questo è ad esempio ciò che ha fatto Pierre Chaunu. Studiando le statistiche demografiche dell'Europa occidentale, egli, ha visto improvvisamente, nel corso degli anni cinquanta, una brutale caduta demografica nella città di Berlino. La maggioranza degli studiosi di demografia ritenevano questo fenomeno eccezionale, dipendente dalla situazione particolare di Berlino. Chaunu ha avuto invece l'intuizione che Berlino fosse quel punto critico che annunciava il declino demografico generale. Cosi la comprensione dei fenomeni globali o generali ha bisogno di anelli, di andirivieni e di spole fra i punti singolari e gli insiemi .

Dobbiamo connettere questo principio ologrammatico con un altro principio della complessità: il principio dell'organizzazione ricorsiva. L’organizzazione ricorsiva è quell’organizzazione i cui effetti e i cui prodotti sono necessari per la sua stessa causazione e per la sua stessa produzione. E proprio il problema dell'autoproduzione e dell'autorganizzazione. Una società è prodotta dalle interazioni fra individui, ma queste interazioni producono una totalità organizzatrice che retroagisce sugli individui per co-produrli quali individui umani. Perché essi non sarebbero tali, se non disponessero dell'educazione, del linguaggio e della cultura. Il processo sociale è allora un anello produttivo ininterrotto nel quale, in qualche misura, i prodotti sono necessari alla produzione di ciò che li produce. Le nozioni di effetto e di causa erano già diventate complesse con la comparsa della nozione di anello retroattivo di Norbert Wiener (nel quale l'effetto ritorna in maniera causale sulla causa che lo produce): ciò che è prodotto e ciò che produce diventano nozioni ancora più complesse, e si richiamano vicendevolmente. Ciò vale per il fenomeno biologico più evidente: il ciclo della riproduzione sessuale produce degli individui, ma questi individui sono necessari per continuare il ciclo riproduttivo. Detto in altri termini, la riproduzione produce individui che producono il ciclo di riproduzione. In questo caso siamo dinanzi a un problema di complessità concettuale. E di conseguenza la complessità non è soltanto un fenomeno empirico (caso, alea, disordini, complicazioni, grovigli nell'ambito dei fenomeni), ma anche un problema concettuale e logico che confonde le demarcazioni e le frontiere così nette fra concetti quali "produttore" e "prodotto", "causa" ed "effetto", "uno" e “molteplice”.

Ecco la settima via verso la complessità, la via della crisi dei concetti chiusi e chiari (dove chiusura e chiarezza sono complementari), cioè della crisi della chiarezza e della separazione nella spiegazione. Qui abbiamo davvero una rottura con la grande idea cartesiana per cui la chiarezza e la distinzione delle idee sono indice della loro verità, e non possiamo quindi avere una verità che non si possa esprimere in maniera chiara e distinta. Oggi vediamo le verità manifestarsi nelle ambiguità e in un'apparente confusione. Assistiamo alla fine del sogno di stabilire una demarcazione chiara e distinta fra scienza e non scienza. Ma questo è soltanto un caso particolare della crisi delle demarcazioni assolute: vi è anche una crisi della demarcazione netta fra oggetto e soggetto, o fra organismo e ambiente. Eppure su queste idee la scienza sperimentale era riuscita a imporre con successo il proprio punto di vista: poteva prendere un oggetto, sradicarlo dal suo ambiente, collocarlo in un ambiente artificiale -quello dell'esperi- mento -modificarlo e controllare le sue modificazioni al fine di conoscerlo.

Ciò poteva andar bene se ci si muoveva nell'ambito di una conoscenza manipolatrice. Diventava però sempre meno pertinente nell'ambito di una conoscenza che mirasse alla comprensione. Ci siamo resi conto di ciò specialmente nello studio degli animali, e degli scimpanzé in particolar modo. In laboratorio, gli scimpanzé oggetto di studio venivano esaminati come individui isolati, ed erano sottoposti a test che in realtà non rivelavano il loro comportamento, bensì un comportamento caratteristico di chi è rinchiuso e manipolato. Tutti questi studi sperimentali occultavano ciò che avrebbero scoperto gli etologi. Prima fra tutti, una ex dattilografa, Janette Lawick-Goodal, attraverso anni di osservazioni ha scoperto le relazioni estremamente complesse che intercorrono fra gli scimpanzé, nonché le loro disposizioni etiche e intellettuali, fino ad allora completamente ignote.

Non dobbiamo soltanto sforzarci di non isolare un sistema autorganizzato dal suo ambiente. Bisogna connettere in maniera assai stretta autorganizzazione e eco-organizzazione, nella nozione chiave di auto - eco-organizzazione. Così l'organizzazione degli esseri viventi porta al suo interno l'ordine cosmico della rotazione della Terra attorno al Sole, indicato dall'alternanza del giorno e della notte, e dall'alternanza delle stagioni. In questo modo noi alterniamo stati di veglia e stati di sonno, e l'aumento della durata del giorno o l'aumento di temperatura innescano, in primavera, il risveglio vegetale e la sessualità animale.

La comprensione dell'autonomia ci pone un problema di complessità in misura ancora maggiore. L 'autonomia non poteva essere concepita nel mondo fisico e biologico, finche la scienza conosceva soltanto determinismi esterni agli esseri. Il concetto di autonomia può prodursi soltanto a partire da una teoria dei sistemi che siano sistemi aperti e chiusi nel medesimo tempo. Un sistema che compie un lavoro per sopravvivere ha bisogno di energia fresca, e deve dunque trarre questa energia dal proprio ambiente. L'autonomia si fonda quindi sulla dipendenza nei confronti dell'ambiente, e il concetto di autonomia diventa un concetto complementare al concetto di dipendenza, benché sia nel contempo anche in rapporto di antagonismo con questo stesso concetto. D'altra parte un sistema aperto deve essere nel contempo chiuso, e deve mantenere la propria individualità e la propria originalità.. Anche in questo caso siamo dinanzi a un problema concettuale di complessità. Nell'universo delle cose semplici è necessario "che una porta sia o aperta o chiusa", mentre nell'universo complesso è necessario che un sistema autonomo sia nel contempo aperto e chiuso. Per essere autonomi bisogna essere dipendenti. La proposizione non vuol dire evidentemente che la prigione dia la libertà!

L'ottava via della complessità è data dal ritorno dell'osservatore. Nelle scienze sociali si è creduto di poter eliminare l'osservatore, ma ciò si è rivelato del tutto illusorio. Non soltanto il sociologo è nella società ma, conformemente al paradigma ologrammatico, accade anche il contrario: la società è in lui. Il sociologo è posseduto dalla cultura che egli possiede. E come potrebbe allora trovare il punto di vista astrale, il punto di vista divino dal quale dovrebbe giudicare la propria come le altrui società? E ben noto come questa sia stata proprio la grave mancanza dell'antropologia degli inizi del secolo, quando antropologi quali Uvy-Bruhl pensavano che quelli da loro chiamati "primitivi" fossero adulti infantili dotati soltanto di un pensiero mistico e magico. Ma allora come è possibile - questa domanda fu posta da Wittgenstein, fra gli altri - che questi uomini siano in grado di fabbricare, con grande raffinatezza tecnica e con grande intelligenza, delle frecce concrete? E come è possibile che essi siano in grado di lanciarle, e di uccidere davvero gli animali pur praticando incantesimi e riti magici? L'errore di Uvy-Bruhl dipendeva dal suo occidentalismo razionalizzatore. Osservatore che ignorava la propria collocazione nel divenire storico e che ignorava anche la caratteristica della sociologia, egli ingenuamente si riteneva al centro dell'universo, e sulla cima della ragione!

Ne deriva la seguente regola di complessità: l'osservatore-concettualizzatore deve integrarsi nella sua osservazione e nella sua concezione. Deve cercare di intendere il proprio hic et nunc socioculturale. E questo non è soltanto un ritorno a una modestia intellettuale; è anche il ritorno all'aspirazione autentica alla verità. Il problema dell'osservatore non è limitato soltanto alle scienze antropo-sociali. Oggi interessa anche le scienze fisiche: l'osservatore perturba l'osservazione microfisica (Heisenberg); ogni osservazione che comporta un'acquisizione di informazione viene pagata attraverso una spesa di energia (Brillouin); la cosmologia stessa reintroduce l'uomo almeno nel principio detto "antropico", da anthropos, secondo il quale la teoria della formazione dell'universo deve rendere conto della possibilità della coscienza umana e, naturalmente, della vita (Brendon Carter).

Possiamo dunque formulare il principio della reintegrazione del concettualizzatore nella concezione: qualunque sia la teoria, e di qualunque cosa essa tratti, essa deve rendere conto di ciò che rende possibile la produzione della teoria stessa. Se in ogni modo non è in grado .di rendere conto di ciò, deve pur sapere che il problema rimane posto.

Abbiamo dunque un certo numero di vie verso la complessità, e possiamo già vedere la diversità delle strade che conducono al problema della complessità. .

A questo punto intendo sostenere che la complessità è all'origine stessa delle teorie scientifiche, anche delle teorie più semplificatrici. Anzitutto - come, in maniere diverse, è stato mostrato da Popper, Holton, Kuhn, Lakatos, Feyerabend - in ogni teoria scientifica vi è un nucleo non scientifico. Popper ha messo l'accento sui "presupposti metafisici", e Holton ha messo in evidenza i themata, o temi ossessivi, che muovono le menti dei grandi scienziati, a cominciare dal determinismo universale che è nel contempo un postulato metafisico e un tema ossessivo. Lakatos ha mostrato che all'interno di ciò che egli chiama programmi di ricerca si trova un "nucleo duro" non sottoposto a prova, e Thomas Kuhn, in The Structure of Scientific Revolutions, ha affermato che le teorie scientifiche sono organizzate a partire da principi che non dipendono assolutamente dall'esperienza, e cioè i paradigmi.

Si tratta di un paradosso sconcertante. La scienza si sviluppa non soltanto nonostante ciò ma anche grazie a ciò che in essa vi è di non scientifico.

Si aggiunge inoltre un problema fondamentale, il problema della contraddizione. La logica classica fungeva da verità assoluta e generale: quando ci si imbatteva in una contraddizione il pensiero doveva fare marcia indietro perché la contraddizione era il segnale d'allarme che indicava l'errore. A mio parere Bohr ha segnato, al proposito, un evento di importanza epistemologica fondamentale nel momento in cui ha deciso di chiudere il grande scontro fra la concezione corpuscolare e la concezione ondulatoria delle particelle, non per fatica ma per consapevolezza dei limiti della logica. Egli affermò cosi che bisognava accettare la contraddizione fra queste due nozioni ora diventate complementari, perché a questa contraddizione conducevano in maniera razionale gli esperimenti.

E, allo stesso modo, quando si pensa al big bang non si nota quasi mai che sono proprio le modalità dell'approccio empirico-razionale a condurre all'irrazionalità suprema. Le osservazioni degli astrofisici rispetto alla dispersione delle galassie hanno infatti condotto all'idea che l'universo possegga un'origine, e la testimonianza fossile di un'esplosione, proveniente dalle profondità dell'universo, ha condotto alla supposizione che questa esplosione fosse all'origine stessa dell'universo. In altri termini, è proprio per ragioni logiche che si è giunti a un'assurdità logica secondo la quale il tempo nasce dal non tempo, lo spazio nasce dal non spazio, e l'energia nasce dal nulla.

Vediamo dunque come sia aperto il dialogo con la contraddizione. Noi siamo spinti a porre una relazione, nel contempo complementare e contraddittoria, fra le nozioni fondamentali che ci sono necessarie per intendere il nostro universo.

D'altra parte siamo giunti anche a un altro tipo di limitazione della logica. Presi insieme, il teorema di GodeI e la logica di Tarski affermano che nessun sistema di spiegazione può spiegarsi completamente da se (Tarski) e che nessun sistema complesso formalizzato può trovare in se stesso la propria dimostrazione. E, in termini più generali, al pensiero complesso si apre un grande problema. Alla logica bivalente, la cosiddetta logica aristotelica, possiamo sostituire delle logiche polivalenti? Bisogna trasgredire la logica aristotelica? E in quali condizioni? Un problema di simili proporzioni non può certo essere affrontato qui. Posso però dire, in due parole, la mia sensazione. Non possiamo sfuggire a questa logica, ma nemmeno rinchiuderci in essa. Bisogna trasgredirla e nel con tempo ritornare ad essa. In altri termini, la logica classica è uno strumento retrospettivo, sequenziale e correttivo che consente di rettificare il nostro pensiero, sequenza dopo sequenza. Quando però si tratta del moto stesso del pensiero, del suo dinamismo, della creatività che esiste in ogni pensiero, allora la logica può servire in realtà soltanto da stampella, e non da gamba vera e propria.

La roccia della vecchia concezione semplice dell'universo è dunque minata non da una talpa (secondo la ben nota espressione della "vecchia talpa" che scava e che mina il vecchio mondo), ma da numerose talpe differenti che convergono verso la complessità. E nello stesso tempo vediamo come nella complessità vi siano numerose complessità. Tutte le complessità a cui ho fatto riferimento (la complicazione, il disordine, la contraddizione, la difficoltà logica, i problemi dell'organizzazione, ecc.) costituiscono il tessuto della complessità. Complexus è ciò che viene tessuto insieme, e il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Tutte le varie complessità si intrecciano dunque, e si tessono insieme, per formare l'unità della complessità; ma l'unità del complexus non, viene con ciò eliminata dalla varietà e dalla diversità delle complessità che l'hanno tessuto.

Qui giungiamo al complexus del complexus, a quella sorta di nucleo della complessità in cui le complessità si incontrano. Abbiamo visto che in prima istanza la complessità si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incompressibilità algoritmica, come incomprensione logica e irriducibilità. La complessità è quindi un ostacolo, la complessità è davvero una sfida. Ma quando si avanza lungo le vie della complessità, ci si rende conto che esistono due nuclei connessi insieme: un nucleo empirico e un nucleo logico. Il nucleo empirico comprende i disordini e i fenomeni aleatori da un lato, le complicazioni, i grovigli, le moltiplicazioni e le proliferazioni dall'altro. Il nucleo logico si riferisce invece da un lato alle contraddizioni che dobbiamo necessariamente affrontare, e dall'altro ai problemi di indecidibilità interni alla logica.

La complessità sembra negativa o regressiva perché costituisce la reintroduzione dell'incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. E su questo assoluto bisogna davvero farci una croce sopra. Ma l'aspetto positivo, l'aspetto progressivo che può derivare dalla risposta alla sfida della complessità consiste nel decollo verso un pensiero multidimensionale.

Qual è l'errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non è certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non è nemmeno quello di mettere fra parentesi ciò che non è quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero è arrivato a credere che ciò che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient'altro che la schiuma del reale. Sogno delirante, e sappiamo che niente è più folle del delirio della coerenza astratta.

Dobbiamo riscoprire la strada di un pensiero multidimensionale, che certamente integri e sviluppi la formalizzazione e la quantificazione ma che tuttavia non si rinchiuda in esse. La realtà antroposociale è multidimensionale: comporta sempre una dimensione individuale, una dimensione sociale, una dimensione biologica. L'economico, lo psicologico, il demografico - che corrispondono a categorie disciplinari specializzate - sono tanti aspetti di una medesima realtà, sono aspetti che bisogna naturalmente distinguere e trattare come distinti, ma che non si devono isolare e rendere incomunicanti. In ciò sta il richiamo verso il pensiero multidimensionale. E dobbiamo inoltre - e soprattutto - trovare la strada di un pensiero dialogico.

Che cosa significa dialogica? Significa che due logiche, due "nature", due principi sono connessi in un'unità senza che con ciò la dualità si dissolva nell'unità.. Stanno in ciò le radici di quell’idea di "unidualità" da me proposta in taluni casi: cosi l'uomo è un essere uniduale, nello stesso tempo completamente biologico e completamente culturale.

Anche i tre possono essere uno. La teologia cattolica ha espresso ciò nella Trinità, nella quale le tre persone sono una sola persona pur restando distinte e separate. E’ un bell’esempio di complessità teologica, in cui il Figlio rigenera il Padre da cui è generato, e in cui le tre istanze si generano reciprocamente. In altro modo - ma in maniera altrettanto difficile - dobbiamo intendere la dialogica sulla Terra. Anche la scienza obbedisce alla dialogica. E questo perché la scienza non ha mai smesso di camminare su quattro zampe differenti. Essa cammina sulla zampa dell'empirismo e sulla zampa della razionalità, sulla zampa dell'immaginazione e sulla zampa del controllo. Vi è sempre una dualità e un conflitto fra le visioni empiriche, che al limite sono puramente pragmatiche, e le visioni razionaliste che, al limite, diventano razionalizzatrici ed espellono dalla realtà tutto ciò che sfugge alla loro sistematizzazione. Razionalità ed empirismo intraprendono così una dialogica feconda, fra la volontà della ragione di cogliere tutto il reale e la resistenza che questo reale oppone alla ragione. E nello stesso tempo fra l'immaginazione, che costituisce le ipotesi, e il controllo, che le seleziona, intercorrono rapporti di complementarità e di antagonismo. In altri termini: la scienza si fonda sulla dialogica fra immaginazione e controllo, fra empirismo e razionalismo.

La scienza ha progredito proprio perché esiste una dialogica complessa e permanente -complementare e antagonista a un tempo - fra le sue quattro "zampe". Il giorno in cui camminasse su due zampe o volesse muoversi su di una sola gamba, la scienza crollerebbe. La dialogica porta con se l'idea che gli antagonismi possono essere stimo- latori e regolatori. E del resto è quello che oggi iniziamo a capire rispetto a quell’idea di democrazia che in passato era stata considerata da un punto di vista semplicistico. Che cos'è la democrazia? La democrazia si basa su di una regola mirante a salvaguardare la diversità, e mirante con ciò anche alla protezione delle minoranze. Diventa con ciò l'organizzazione regolatrice di un gioco di antagonismi, di interessi, di idee, di teorie, di concezioni, di opinioni che in questo modo possono diventare tutti produttivi.

La nozione di dialogica non è una nozione che permette di evitare i vincoli logici ed empirici, come spesso è avvenuto per la nozione di dialettica. Non è un termine buono per tutte le occasioni, che elude tutte le difficoltà come i fautori della dialettica hanno fatto per lungo tempo. Il principio dialogico, al contrario, tende ad affrontare la difficoltà, a combattere con il reale.

Al principio dialogico occorre accostare il principio ologrammatico relativo alle organizzazioni complesse nelle quali, come in un ologramma, il tutto è in certa misura nella parte che è nel tutto. E così, in certa misura, la totalità della nostra informazione genetica si trova in ognuna delle nostre cellule, e la società in quanto "tutto" è presente nelle nostre menti attraverso la cultura che ci ha formati e informati. In altri termini, possiamo dire anche che "il mondo è nella nostra mente, che è nel nostro mondo". La nostra mente/cervello "produce" quel mondo che ha prodotto la mente/cervello. Noi produciamo la società dalla quale siamo prodotti. E in questo modo il principio ologrammatico viene a congiungersi al principio ricorsivo.

La sfida della complessità ci fa rinunciare per sempre al mito della chiarificazione totale dell'universo, ma ci incoraggia a continuare l'avventura della conoscenza, che è un dialogo con l'universo. E la razionalità stessa non è nient'altro che questo dialogo con l'universo. Fra ragione e razionalizzazione vi è stata un'enorme confusione. Abbiamo creduto che la ragione dovesse eliminare tutto ciò che fosse irrazionalizzabile - e quindi l'aleatorio, il disordine, la contraddizione - per rinchiudere le strutture del reale entro una struttura di idee coerenti, teoria o ideologia che fosse. Ma la realtà oltrepassa le nostre strutture mentali da ogni parte. "Ci sono più cose in cielo e in terra che in tutta la nostra filosofia," notava Shakespeare. E il fine della nostra conoscenza non è quello di chiudere, ma è quello di aprire il dialogo con l'universo. Il che significa: non soltanto strappare all'universo ciò che può venir determinato in maniera chiara, con precisione ed esattezza, come erano le leggi di natura, ma entrare anche in quel gioco fra chiarezza e oscurità che è appunto la complessità.

La complessità non nega quelle formidabili acquisizioni che, ad esempio, sono state l'unità delle leggi newtoniane, l'unificazione di massa ed energia, l'unità del codice biologico. Ma queste unificazioni non bastano per comprendere la straordinaria diversità e lo sviluppo aleatorio del mondo. Il problema della complessità è di andare oltre, entro il mondo concreto e reale dei fenomeni. Spesso si è detto che la spiegazione scientifica consisteva nello spiegare ciò che è complesso e visibile ricorrendo a ciò che è semplice e invisibile. Ma in questo modo essa dissolveva completamente ciò che è complesso e visibile, mentre è anche con il complesso e con il visibile che noi abbiamo a che fare.

In conclusione vorrei dire che non c'è una ricetta semplice della complessità. La complessità non è come un mazzo di chiavi che possiamo affidare a ogni persona meritevole che abbia immagazzinato i vari lavori sulla complessità.. Il problema della complessità non consiste nella formulazione di programmi che le menti possano inserire nel proprio computer. La complessità richiede invece la strategia, perché solo la strategia può consentirci di avanzare entro ciò che è incerto e aleatorio. L'arte della guerra è un'arte strategica perché è un'arte difficile che deve tener conto non soltanto dell'incertezza relativa ai movimenti del nemico, ma anche dell'incertezza relativa a ciò che il nemico pensa, e quindi anche a ciò che pensa che noi pensiamo. La strategia è l'arte di utilizzare le informazioni che si producono nell'azione, di integrarle, di formulare in maniera subitanea determinati schemi di azione, e di porsi in grado di raccogliere il massimo di certezza per affrontare ciò che è incerto.

La scienza è un'arte, perché è una strategia di conoscenza. Non si dà una disgiunzione fra arte e scienza come credevano i fautori della semplificazione per i quali queste erano nozioni completamente antagoniste, che si respingevano reciprocamente.

La complessità non ha una metodologia, ma può avere il proprio metodo. Il metodo è una sorta di appunti preliminari, una sorta di promemoria. E, dopotutto, qual era il metodo di Marx? Consisteva nell'invitare a percepire quegli antagonismi di classe che erano dissimulati sotto le apparenze di una società omogenea. E qual era il metodo di Freud? Consisteva nell'invitare a vedere l'inconscio che era nascosto sotto la coscienza, e a vedere il conflitto che si agita all'interno dell'Io. Così il metodo della complessità ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici. E’ la tensione verso il sapere totale, e nello stesso tempo la coscienza antagonista del fatto che, come ha detto Adorno, "la totalità è la non verità". La totalità è nello stesso tempo verità e non verità, e la complessità sta proprio in questo: nella congiunzione di concetti che si combattono reciprocamente.

La complessità è difficile. Quando si vive un conflitto interiore il conflitto può essere tragico: non è un caso se grandi menti hanno sfiorato la pazzia. Penso a Pascal, penso a Holderlin, penso a Nietzsche, penso ad Artaud. Si tratta di convivere con la complessità e con la conflittualità cercando di non sprofondarvi dentro e cercando anche di non infrangerci contro di esse. In questo senso l'imperativo della complessità consiste nell'utilizzazione strategica di ciò che chiamo la dialogica. L'imperativo della complessità consiste anche nel pensare in forma organizzazionale, consiste nel capire come l'organizzazione non si risolva in pochi principi d'ordine, in poche leggi e come essa abbia invece bisogno di un pensiero complesso estremamente elaborato. Un pensiero organizzazionale che non comprenda la relazione auto-eco-organizzatrice - cioè la relazione profonda e intima fra sistema e ambiente - che non comprenda la relazione ologrammatica fra le parti e il tutto, che non comprenda il principio di ricorsività... ebbene, un pensiero di tal genere è condannato ai luoghi comuni, alla banalità, e quindi all'errore.

La regressione delle ambizioni astratte e illimitate del pensiero, la distruzione di quel falso infinito che pretendeva di attribuire poteri illimitati alla ragione ci aprono oggi un nuovo infinito, l'infinito di una conoscenza mai compiuta.

Voglio aggiungere, per concludere, che sono convinto che uno degli aspetti della crisi del nostro secolo sia lo stato di barbarie in cui si trovano le nostre idee, lo stato di preistoria dello spirito umano che è ancora dominato dai concetti, dalle teorie, dalle dottrine da esso prodotti, proprio come pensavamo che gli antichi fossero dominati dai loro miti e dalle loro magie. I nostri predecessori avevano delle mitologie più concrete, mentre noi subiamo il controllo di potenze, astratte.

Di conseguenza, per affrontare i drammatici problemi della fine di questo millennio è indispensabile stabilire un dialogo fra le nostre menti e ciò che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi di idee. Il nostro bisogno di civilizzazione implica il bisogno di una civilizzazione della nostra mente. Se vogliamo ancora avere la speranza che si producano dei miglioramenti e dei cambiamenti nei rapporti fra gli esseri umani (e non intendo soltanto nei rapporti fra imperi o fra nazioni, ma anche nei rapporti fra persone, fra individui, e anche nei rapporti fra se e se), allora questo grande salto storico e di civiltà comporterà anche il salto verso il pensiero della complessità.

Biografia: Edgar Morin - “La sfida della complessità”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1994

giovedì 3 novembre 2011

New Realism o pensiero debole

Supponiamo un attimo per assurdo che l’uomo dia vita ad un qualsiasi genere di scienza per il solo motivo che questa gli sia utile a vivere meglio.
Supponiamo per assurdo di ragionare per una volta in maniera bottom-up.
Supponiamo per assurdo di avere la necessità di conoscere la lunghezza delle coste della Groenlandia, ma allo stesso tempo di conoscere quanti atomi di idrogeno contiene l’acqua che si beve.
Nel primo caso potremmo utilizzare delle misure desumibili da osservazioni satellitari. Ci accorgiamo comunque che la precisione della misurazione è drammaticamente approssimata, anzi, più ci si avvicina con l’osservazione, più utilizziamo una” lente di ingrandimento”, più la lunghezza diventa maggiore rispetto a quella iniziale.
Avviciniamoci sempre di più: la nostra precisione migliora, ma il tempo necessario alla misurazione si dilata, si allunga e quando avremo finito la nostra osservazione, ci accorgeremmo che intanto alcune parti di costa sono state erose dalle maree, altre sono state modificate dallo scioglimento di qualche ghiacciaio. In altre parole, quando abbiamo finito, dovremmo ricominciare perché la dimensione temporale rende la nostra misurazione precisissima, non più attuale, non più rappresentativa della realtà.
A questo punto facciamo un salto di qualità: con un minimo di processo di astrazione, ci accorgiamo che il nostro problema originario ha delle straordinarie similitudini con altre situazioni, tanto per citarne alcune l’osservazione dei fenomeni sociali, l’andamento dei mercati finanziari, le previsioni metereologiche. Più pretendiamo una misura precisa, più la minaccia del tempo mette a rischio l’attualità e l’efficacia della dimensione stessa.
Si ha allora un unico modo di uscita: la formulazione di modelli adattivi, autopoietici che vadano a descrivere un evento nella sua dinamicità. Un modello che corre dietro, fin quando ci riesce, a ciò che deve descrivere.
Concentriamoci adesso sul secondo caso: per sapere se riusciremmo a vivere in un certo spazio, dobbiamo riprodurre le nostre attuali condizioni di vita, in particolare dovremmo andare a vedere se un certo fluido contiene due particelle di idrogeno ed una di ossigeno e questo è vero ora, e per sempre. In altre parole è una realtà che non dipende dal tempo, ma solo dal contesto, dal luogo, ovvero dallo spazio.
Mi piace a questo punto pensare ad una sorta di piramide dei valori di Maslow opportunamente riadattata alle mie speculazioni. Esistono delle necessità primarie della conoscenza in cui non si può fare a meno di ricorrere a delle descrizioni di natura realistica o neo-realistica. Queste sono in corrispondenza biunivoca con la dimensione spaziale. Ci permettono di capire se ora e in un certo posto possiamo sopravvivere. Ma una volta che ho soddisfatto le condizioni minimali di esistenza, ho la necessità di confrontami con la dinamicità imposta dalla dimensione temporale ed ho la necessità di percorrere le gallerie delle astrazioni, i vicoli delle previsioni. Più azzecco una previsione più mi sento realizzato ed ho gli stimoli necessari per affrontare la prossima sfida: la creazione di un eco-sistema che non imploda, che non minacci la mia vita e quella dei miei cari.
Venendo al dunque: perché pensare ad una contrapposizione tra neo-realismo e pensiero debole? Perché non ragionare in termini di contrasto costruttivo dei due punti di vista? Cosa ci vieta di applicare il principio di interdisciplinarità che è alla base della moderna visione socio-economica-scientifica?
Proviamo a pensare i due punti di vista collegati allo spazio ed al tempo: se manca una soltanto delle dimensioni, vivremmo in una condizione di insufficienza, di drammatica restrizione.
Dopotutto qualcuno mi ha insegnato che il “tutto” ha delle proprietà che non si possono riconoscere nelle singoli parti del sistema. Ma questo non significa che le parti che costituiscono il sistema non debbano esistere nella loro coerenza e concretezza: a noi metterle insieme per raggiungere dei traguardi che sono sempre più in alto nella scala dei nostri valori, nella scala delle nostre conoscenze.