sabato 13 novembre 2010
Riduzionismo o sistemico?
Mi piace pensare al riduzionismo, utilizzando la metafora della mia vita, come un periodo scolastico di insegnamento, confronto, dibattito e crescita, senza il quale adesso non starei qui a scrivere queste riflessioni. L’età adolescenziale e la cultura scolastica relativa sono state le pietre miliari per acquisire la capacità di critica, di valutazione e quei stimoli di crescita evolutiva che oggi ci permettono di ragionare sui temi della complessità. Per cui non starei qui a disquisire se è l’approccio riduzionista oppure un altro tipo di approccio (non necessariamente complesso) quello da prendere a riferimento. Mi piace invece pensare al riduzionismo come il seme dal quale è nata la pianta della complessità. Questo perché anche in un processo di crescita ed evolutivo come quello sistemico, prevede i suoi bravi momenti di verifica e validazione, da una parte, e i suoi feedback, dall’altra, in cui strumenti e meccanismi del riduzionismo ancora hanno la loro valenza. D’altronde, lo sviluppo adattivo ed autopoietico dei sistemi complessi, che noi al momento non sappiamo catalogare o ricondurre a scenari noti, bene rappresenta la continua lotta tra il principio dell’emergenza di cui Kurt Lewin ha fatto il suo cavallo di battaglia e quello apparentemente repressivo dell’imposizione che però è alla base delle organizzazioni e delle società moderne, come sapientemente ha evidenziato Edgar Morin nella sua saga dei Metodi. A questo punto vorrei addirittura cimentarmi in un sofismo… e se cominciassimo a considerare il riduzionismo come una scienza la cui spiegazione si può raggiungere solo attraverso la meta-scienza della complessità? D’altronde Godel non aveva certo l’obiettivo di distruggere tutta la logica matematica al suo tempo nota, ma quello di costruirne una superiore. Per usare ancora una metafora, aveva l’esigenza di salire su un balcone dal quale era possibile vedere, e non distruggere!, quello che accadeva di sotto. Le dinamiche di una casbha o di un mercato rionale, non si possono descrivere fin quando si è al suo interno, bisogna avere il coraggio di salire sulla terrazza e l’intuizione di scegliere quella con la giusta “vista”. Per concludere, il riduzionismo fa parte della nostra storia e cultura e come tale va considerato: come una fase della vita dell’umanità che matura, evolve e si apre ad esperienze sempre più sfidanti anche in assenza, almeno apparente, dei forti vincoli religiosi e sociali con cui Cartesio, Newton e Galileo dovettero invece scontrarsi.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento